domenica 15 aprile 2018

Recensione dell'album "BLITZ" di Eugenio Finardi



Dopo un terribile 1977, anno vitale, generoso e geniale ma altrettanto pericoloso, tragico e maledetto, nel quale avvennero episodi terribili e profetici quale fu l’assalto al palco sul quale, all’interno dell’Università di Roma (occupata) stava tenendo un discorso Luciano Lama, segretario della CGIL, è il 1978 ad essere una sorta di spartiacque sociale, politico, artistico. Arriva l’album “Blitz”, con in copertina l’immagine di una mela senza richiami all’artista (una sola foto, ma nel retro di copertina). Nelle note ci si accorge che quasi tutti i musicisti presenti nei primi tre album non ci sono più (salvo Lucio Fabbri con il suo violino e Claudio Pascoli in veste di arrangiatore dei fiati). Ora ad accompagnare Finardi è il gruppo de “I Crisalide”, con il compianto Stefano Cerri al basso, Mauro Spina alla batteria, Luciano Ninzatti alla chitarra, Ernesto Vitolo al piano elettrico, Maurizio Preti alle percussioni. Un ensemble di ottimi musicisti che entra subito in sintonia con l’artista milanese e con l’impegnativo compito di sostituire musicisti di livello quali Walter Calloni, Hugh Bullen, Ares Tavolazzi, Patrizio Fariselli, Paolo Tofani, Alberto Camerini. Insomma, non proprio gli ultimi arrivati. Quando esce l’album la cappa di piombo che grava sul Paese pare essere molto pesante ma lo sarà ancor di più a partire dal 16 Marzo, con l’agguato di Via Fani e l’inizio della tragedia dei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro e del Paese. Prigionia che, ancora, in un certo senso, non è ancora terminata. Ma questa è un'altra storia…     
Ci sono canzoni che le riconosci dalla prima nota, dal primo approccio, dal primo alitare nell’etere. Così comeMusica ribelleha un incipit ritmico che nessuno mai ha saputo eguagliare in oltre quarant’anni, così “Extraterrestre” è immediatamente riconoscibile come il suono dello shofar quando inizia lo Shabbath…il giro di basso ed il suono liquido del piano elettrico sono come due amanti che non possono stare separati tra loro. I fiati ed il basso si intrecciano e cuciono una trama sonora di fitto spessore che non dà un attimo di tregua e che rende possibile seguire le liriche della canzone senza perdere mai il filo del racconto. Il giro di basso, a metà canzone, è uno dei passaggi memorabili sia dell’album che di tutta la discografia dell’artista milanese. Una canzone particolare, questa, che potrebbe avere molte chiavi di lettura sia politiche che esistenziali. E’ la lettura di un mondo e di un tempo che richiede di vedere all’orizzonte nuovi mondi perché quello frequentato, abitato, vissuto non è sufficientemente adeguato, anzi, è asfissiante, pericoloso, instabile, impossibile da redimere. Ecco allora il bisogno di andare, di evadere, di fuggire su mondi, livelli, attività, atmosfere, dimensioni diverse. Ed in questa parola, “diverse”, ciascuno può metterci ciò che ritiene maggiormente adeguato al proprio vissuto. Ma la storia non si cambia con la fuga, mettendo una distanza tra sé ed i problemi della vita. Ciò che è importante è avere coscienza di se stessi, della realtà, della verità delle cose (oggi ambito da frequentare con ancora più fatica di un tempo…). “Extraterrestre, portami voglio una stella che sia tutta mia, extraterrestre, vienimi a cercare, voglio un pianeta su cui ricominciare”. Questa è la ricerca di mondo personale in cui nascondersi, dove rinchiudersi, dal quale evitare di avere rapporti con il passato e con la vita reale. Un mondo comodo nel quale a nessuno dispiacerebbe andare…Ma anche quando un nuovo pianeta fosse diventato la nuova casa, rimarrebbe sempre quella del ripiego e della rinuncia, del nascondimento e della fuga. E, probabilmente “dopo un po’ di tempo la sua sicurezza comincia a dare segni di incertezza, si sente crescere dentro l’amarezza perché adesso che il suo scopo è stato realizzato si sente ancora vuoto, si accorge che in lui niente è cambiato”. Già perché non c’è termine alla fuga da se stessi, qualunque sia il nuovo mondo, in qualunque, specie e dimensione, si andrebbe a vivere. La nuova esperienza porta ad una nuova consapevolezza e grazie a questa, per la cosiddetta sindrome di Ulisse (che, ovviamente, probabilmente non esiste…), la coscienza manifesta la necessità di ritornare sulla via di casa per tornare a vivere nei luoghi rifiutati ed abbandonati perché non si può sfuggire da se stessi e per cambiare la storia e la realtà bisogna affrontarsi, risolversi e, poi, guardare alla vita con occhi nuovi e pieni di speranza. “Extraterrestre portami via, voglio tornare indietro a casa mia. Extraterrestre non mi abbandonare voglio tornare per ricominciare…”. Un grande brano, suonato in maniera mirabile e con intuizioni musicali di grande spessore che hanno generato una canzone ancora oggi gradevole, riconosciuta, cercata ai concerti, resa classica da tutti gli estimatori di Finardi.         
        
Intro di piano e voce, soffusa, delicata…“Come un animale” è una morbida ballata dove viene messa “in piazza” una sorta di “debolezza” esistenziale che è alla ricerca della propria dimensione, fisica e carnale, per dimenticare il mondo che sta all’esterno delle proprie mura domestiche “Stanotte voglio lasciarmi guidare dall’istinto, voglio riuscire a liberarmi di tutto ciò che ho dentro. Sono stanco di pensare, non voglio un ruolo da recitare, stasera voglio soltanto fare l’amore come un animale”. Il desiderio è quello di liberarsi delle tensioni e delle paure che il mondo propone/impone. E‘ la ricerca della salvezza nell’amore fisico, nella carnalità della vita e del rapporto affettivo; la ricerca della “salvezza” nella persona che si ama e grazie alla quale si ritrova se stessi nella più intima dimensione. E’ la ricerca del sé attraverso il desiderio che si sublima nella perfezione del rapporto fisico, esclusivo, escludente. In questo brano emerge l’aspetto di abbassare la guardia e di ritrovarsi nella dinamica di chi sente bisogno di riappropriarsi di una umanità sempre più depressa e repressa. “Ti darò tutto ciò che vuoi, se avessi tutto lo sai te lo darei. Da oggi i mei sogni sono i tuoi, ma non lasciarmi mai” è il senso profondo di un brano pieno di tenerezza che racconta il bisogno di superare le proprie malinconiche solitudini. Una sorta di sguardo verso la casa e l’amore visti come baluardo al nulla, come unica difesa nei confronti di un mondo che, quasi sempre, non è amico…

Il ritmo honky tonk, brillante e pieno di swing è l’incipit di “Drop out rock”, con il piano ed i fiati che fanno roteare le note intorno al microfono di Finardi che canta nel suo inglese impeccabile. Un suono pieno di forza e di sonorità U.S.A. per un testo che richiama al bisogno di darsi una mossa, con l’invito a lasciar perder il college e tutto quanto ad esso collegato ma rendersi subito autonomi nella realtà della vita. E’ una sorta di rigetto degli stili di vita americani (e Finardi ha ovvio ed ampio titolo per parlare degli Stati Uniti…) studiando e facendo il possibile per laurearsi, trovare un lavoro, “farsi una posizione”, essere un anello della grande catena del presunto sogno americano. “Non perdere le opportunità, questa è la mia filosofia…” questo il suggello di un brano brillante e pieno di vita che suggerisce di mantenere la giusta autonomia rispetto alle strade preparate, agli stili di vita già pronti, all’ineluttabilità di regole scritte da altri. Ribellatevi! Questo è il senso di quello che vuole trasmettere l’artista, qui più americano che in altre occasioni. 
   
Affettosi manifesta con un ritmo dinamico dove il piano elettrico ricama note su note per affiancare la cavalcata del basso e della batteria. Tre volte nella canzone viene richiamato ciò che piace (e non piace) al protagonista della canzone che, a prima vista/ascolto parrebbe essere molto simile al suo autore. Intenso il suono del sax che si incunea tra piano e sezione ritmica dando un tocco di piccola magia evocativa. Una canzone che è in perfetta linea con quei tempi ma ad ascoltarla e “leggerla” con attenzione ci si rende conto di quanto sia attuale. Perché l’animo umano è sempre attuale, è sempre alle prese con la realtà che, pur diventando tecnologicamente sempre più complessa, si trova costantemente a fare i conti con un animo umano che non è mutato di molto sia in termini di desideri che di rifiuti. Allora ben venga dire che “Mi piace mangiare, ridere e bere, prendere dalla vita quello che ha da dare…”; “Mi piace pensare e analizzare scegliere una musica con cui giocare…”; “Mi piace guardare e fotografare cogliere un’immagine da fissare”. Sono sguardi sulla vita, sul quotidiano, sul desiderio di costruire una vita anche attraverso piccoli piaceri e desideri. Cose semplici che, però, fanno parte del quotidiano. Ed, al contempo, è sempre bene ricordare che “Non mi piacciono le leggi ed i regolamenti…tutto quello che non serve a niente altro che a controllare la gente…”; “Non mi piacciono i martiri né i profeti…tutta gente che ha paura di fare e si permette anche di criticare…”; “Non mi piace chi mi dice di portare pazienza…di chi sta dietro alla sua fede e non dubita mai di ciò che crede..”.  Ma alla fine la morale della dicotomia tra il “mi piace/non mi piace” è che tutto rimane all’interno di un passaggio che recita che “se dal futuro voglio avere dell’affetto, devo imparare a vivere il presente con rispetto…”. Spettacolare il lavoro di Stefano Cerri (che ci ha lasciato troppo presto) al basso elettrico. Un lavoro come fosse uno Jaco Pastorius italiano, senza che questa opinione debba essere identificata come una inutile iperbole.         

Percussioni e suono caraibico sono le note che aprono “Cuba”, con profumi calypso e dolci atmosfere che si propagano ad accompagnare liriche pensierose che raccontano il momento delicato anche dal punto esistenziale di chi aveva “investito” emotivamente e politicamente su un mondo nuovo, diverso, alternativo a quello occidentale anche se poi, come sempre quello che accade “è solo un gioco dell’economia”. Finardi è un prestigiatore delle parole e usa le rime come un giocoliere fa volare gli oggetti in aria raccogliendole al volo, sorprendendoti sempre per la sua innata abilità poetica. La voce, ben impostata, racconta di una sorta di delusione per quello che sono i sogni infranti. Il suono del sax è delicato e morbido mentre le parole che ricordano “che viviamo in un momento di riflusso e ci sembra che ci stia cadendo il mondo addosso, che tutto quel cantare sul cambiare la situazione non sia stato che un sogno o un’illusione”. Il piano elettrico è soffice e ricama le note insieme al sax senza che nessuno dei due strumenti sovrasti l’altro. La riflessione che sorge dalle liriche è impietosa anche se però, la resa non è all’orizzonte perché se è vero che “è normale che ci si sia rotti i coglioni di passare la vita in dibattiti e riunioni e che invece si cerchi di trovare nella pratica un sistema per lottare”. Si richiama alla mente le verbosità assurde di tanti leaderini che hanno parlato più di sé che della realtà. Ma, al contempo, è anche una riflessione su un momento storico dove molti di coloro che si erano impegnati in politica e che vedevano in Cuba o nella Cina di Mao (ma eravamo già alla resa dei conti nei confronti della Banda dei Quattro…) dei fari del socialismo e della libertà, iniziavano a porsi domande perché se era vero che il personale era anche politico era altrettanto vero che il riflusso (come raccontava una storica ed iconica vignetta di Altan apparsa su “Panorama”) era ormai entrato nella vita di molti. Ma se lo spazio tra i sogni e le illusioni è spesso breve, grande rimane il desiderio di migliorare il mondo. Con gli strumenti di cui si è “padroni” come la musica e la poesia…Coraggio, certamente ci voleva molto coraggio a scrivere un testo apparentemente leggero ma, invece, profondamente politico il cui impatto la poetica di Finardi, come sempre, è riuscito a dissimulare per non correre il rischio di diventare dei verbosi e ingombranti maitres a penser di dubbio gusto e costrutto… 

Il piano elettrico, il violino e la sezione ritmica aprono le danze di “Op.29 in Do Maggiore”, un brano rock che ci riporta alle sonorità degli album precedenti con un suono elettrico a sottolineare lo spirito “ribellistico” delle liriche. Il brano è il racconto “cronachistico” di una storia minima generazionale che il testo richiama come fosse un articolo di un quotidiano. Ma è la musica che accompagna le parole a farla da padrone, con il piano elettrico e la sezione ritmica che procedono in maniera elegante, ma ficcante, costruendo un climax sonoro di grande spessore, manifestando la bravura tecnica dei musicisti del gruppo de “I Crisalide” che dimostrano ampiamente di non essere stati una scelta di ripiego rispetto ai blasonati musicisti che hanno supportato l’artista milanese negli album precedenti. Il brano racconta la storia di Robin che “si sta per laureare e intanto fa di tutto per trovare da lavorareMa sembra che per lui non ci sia niente da fare e comincia a sentirsi sempre più insicuro come gli stessero rubando la voglia del futuro…”. Un testo che iniziava così, quarant’anni fa, ci poteva stare…erano i tempi…ma anche oggi la situazione è la stessa. No, anzi, è peggiorata…E poi “senza soldi ci si sente chiusi in gabbia…sto perdendo tempo, è inutile aspettare…e se voglio una cosa veramente, tanto vale che me la prenda…”. Rubare, affermarsi, non aspettare, lottare anche con le armi “improprie” del furto…e da lì arriva il finale, amaro…“la pula l’ha blindato e adesso è a San Vittore. Ma alla fine non mi va di giudicare…dicendo che in fondo era nato criminale…”. Una storia minima, si diceva, una storia di probabile periferia ma, anche, una storia plausibile, allora come oggi. Purtroppo…

E arriviamo a “Northampton, Genn. ‘78”. Questa canzone, forse in pochi l’avevano notato o, tutt’oggi, l’hanno capito, è un capolavoro. In 2 minuti e 10 secondi Finardi, che all’epoca aveva solo ventisei, anni racconta in maniera poetica e profonda, accompagnato da una musica che assomiglia ad una sorta di vento cosmico, il rapporto con suo padre. Ma non solo questo è il tema della canzone ma, probabilmente, è del rapporto tra generazioni differenti che si parla. Di un padre che, probabilmente, non riusciva a comprendere le dinamiche di un figlio che era immerso in una realtà, come quella di quegli anni, impegnativa e spiazzante. Di un padre facente parte di una generazione che aveva visto la guerra, che aveva avuto a che fare con “un prima ed un dopo” della storia. Un padre che, grazie all’incontro su un piroscafo con un professore di Princeton che tornava in America dopo un viaggio in Europa, ebbe modo di incontrare Albert Einstein nella sua abitazione di New York (ed in seguito ad una festa) perché la moglie dello scienziato era interessata a conoscere la moda che, in quei giorni (1935), “imperava” a Berlino, città nella quale, per lavoro, aveva soggiornato il papà di Finardi.  Insomma, si trattava di parlare del vecchio mondo e del nuovo mondo che si incontravano/scontravano senza che i protagonisti riuscissero a trovare le parole giuste per comunicarsi l’affetto reciproco. Ma alla fine emerge l’intuizione…si cresce e si cambia, si osserva il mondo da un'altra prospettiva, ci si accorge che la vita ti porta esattamente nella dimensione e nella dinamica di vita di chi pensavi non ti capisse o, peggio, fosse “il nemico”. La genialità della canzone è che riesce a condensare, in pochi istanti, un rapporto tra generazioni che, da scontro, si trasforma in condivisione di un ruolo, della scoperta di un affetto vero, profondo, gratuito. “Oggi ho conosciuto mio padre, adesso credo di avere capito…” in fondo significa mettere a nudo la scoperta del sé, accorgersi che i muri sono soprattutto interiori. Grande è lo stupore della consapevolezza che arriva quando “ho capito che quando lui soffriva per un figlio che non capiva, non era di vergogna o di delusione ma solo che mi voleva bene…”. Ma la maturità di uno sguardo libero fa comprendere “che paura non essere più adolescente…” ma poi bisogna andare avanti e crescere perché “la teoria della libertà nella pratica è responsabilità…”. E da ciò si arriva alla consapevolezza e, quindi, “Adesso sento il bisogno di organizzarmi la vita, di mettere ordine nei miei pensieri”. Dal giovane alla scalata verso il cielo si passa all’uomo che si interroga sul proprio futuro con “La sensazione che sia finito un ciclo e che un altro stia per cominciare, di essere pronto ad essere il padre del figlio che ora può arrivare”. Un affresco affettivo straordinario, vero, profondo, ineguagliato. Quando la poesia si immerge nella realtà, come in questo caso, il risultato è davvero inarrivabile.  
  
Dalla dolcezza delle liriche e delle note, dall’intimo degli affetti si ritorna “sulla strada”, si riprende la via della trincea. “Guerra lampo” si avvale di un attacco grintoso con la sezione ritmica ben in fase e la chitarra elettrica ed l’organo hammond a generare e sostenere un suono caldo e pastoso, potente e “progressive”. Un suono mutuato dalle origini da rocker di Finardi. Un brano da palco che recita una storia in cui viene chiesto di prendere posizione, di non essere solo uno spettatore della vita ma di farsi carico di intervenire nelle “cose del mondo”. C’è un invito forte sottolineato, anche, dal suono prodotto in sottofondo quasi fosse il passaggio di un aereo da combattimento, che ribadisce quanto sia importante e necessario scatenare una “guerra lampo alle false illusioni…alle vecchie istituzioni, a tutte le fedi e a tutte le religioni…”; “Guerra lampo al mondo della cultura…ai tagliati fuori, ai cantastorie e ai professori.”; “Guerra lampo all’alienazione a chi vuol vivere nell’emarginazione”. Una guerra lampo (un “Blitz”, per capirci) che rimetta le cose a posto per evitare di tirare la vita a campare subendo quello che altri propongono/impongono perché alla fine è opportuno avere consapevolezza che “E’ venuto il momento di prendere posizione, non si può più vivere fuori dalla situazione”. I suoni sono particolarmente originali e rendono bene l’idea delle intenzioni delle liriche di un brano…da combattimento…
Blitz è iniziato con un una sorta di viaggio interstellare e termina con il rullo di tamburi di una guerra. Ma i messaggi sono di pace, di ricerca dlela propria consapevolezza, del desiderio di capire e capirsi. Ma i tempi non sono ancora maturi per una riflessione serena e scevra da pregiudizi. Quello che l’album racconta, comunque, è la capacità di Finardi di tenere alta la qualità delle liriche, proseguendo nei racconti di vita e generazionali iniziati con “Non gettate alcun oggetto dai finestrini” ed inondando i solchi dell’album di ottima musica suonata da splendidi musicisti con la voglia di dimostrare la loro bravura e la loro voglia di assecondare le intuizioni artistiche del loro “capo banda”. Anno difficile il 1978. Ma anche al 1979 non mancherà niente.   


giovedì 12 aprile 2018

Teatro degli Arcimboldi, Bob Dylan, 9 Aprile 2018


La musica si può dividere in prima e dopo Elvis, Beatles, Bob Dylan (più Jimi Hendrix). Da questi capisaldi della musica, del costume, della storia si sono aperti i varchi storici ed artistici che hanno dato vita ad autostrade di musica e di arte che hanno costellato i tempi a seguire gli anni ’60. In questi giorni Dylan è in tour per il suo percorso giro del mondo che non finisce mai (e spesso ci si chiede come faccia ad avere questa incredibile costanza alla sua ormai veneranda età) e grazie anche al suono di una band di grande livello riesce a mantenere alto il pathos nelle sale dei concerti ed il mito che gli è stato cucito addosso non appena le note di “Blowing in the wind terminarono di colpire le menti ed i cuori di milioni di giovani in quel lontano 1963. Di tutti colui che ancora calpesta i palchi di tutto il mondo sono rimasti in tre. Ma dei tre è Dylan che pare essere diventato una sorta di messaggero che vaga senza sosta sul globo toccando grandi e piccole città incurante del numero di spettatori che saranno presenti ai suoi concerti tanto né li conta né li saluta. Qualcuno direbbe che a lui basta solo contare i soldi dell’ingaggio, che è afasico nelle emozioni, che ormai è solo la copia sbiadita di quel giovane del Minnesota andato a cercare le ombre che Woody Guthrie aveva lasciato alle sue spalle. 

Ma Dylan ha dimostrato d’essere sempre a lato rispetto alla realtà. Era folk quando imperversava il rock. Divenne rock quando stava ritornando il folk. Era sempre da un'altra parte quando accadeva qualcosa che coinvolgeva i gusti di milioni di persone. Cadde dalla motocicletta nel momento giusto…aprì la Bibbia e si mise a scrivere canzoni ispirandosi ad essa quando impazza la psichedelia. Divenne cantore country quando cadevano le bombe nel Vietnam. Andò a Wight, in Gran Bretagna, ma non a Woodstock, dietro casa sua…Suonò con The Band quando questi ripercorrevano le strade della storia d’America, dimenticandosi del presente cercando il futuro nel passato. Dopo lo sguardo sulla Bibbia negli anni ’60 prese in mano il Vangelo alla fine dei ’70, inizio degli ’80, raccontando a tutti della sua conversione cristiana. Si è inventato il Never Ending Tour perché a milioni gli avevano detto che era stato troppo tempo a casa, a contemplare le gioie della famiglia. Si è inventato le bootleg serie per evidenziare quanto poco ne capisse di marketing avendo più volte dimenticato di pubblicare grandi canzoni (“Blind Willie Mc Tell). Si è inventato la distruzione del suo mito e la sua ricostruzione; la presenza sui palchi e l’invisibilità nella vita. E’ diventato Premio Nobel ma, quasi, se ne è infastidito. E’ stato decorato con la medaglia d’oro del Congresso e dopo averla ricevuta da Barak Obama gli ha dato una pacca sulla spalla e se ne è andato. Ha scritto canzoni epocali, strepitose, belle, ordinarie ma mai brutte ed anche negli album di maggiore routine ha saputo inserire qualche brano che valeva il prezzo del biglietto. Uno, nessuno, centomila avrebbe detto di lui Pirandello. Ma è valso il prezzo del concerto l’esibizione di lunedì 9 Aprile…? Si, lo è valso eccome per Dylan, in completo bianco, senza cappello ed anche un po’ ingrassato, accompagnato da un gruppo di musicisti sopraffini che lo assecondano al meglio. E lui, al pianoforte oppure al microfono in mezzo al palco, a cantare come un crooner consumato, un Frank Sinatra dalla voce cavernosa, ma intonata, pastosa e calda, ha sciorinato una serie di canzoni che ha lasciato nel silenzio la platea ammirata ed ammaliata da tanta bellezza, dal rispetto di alcuni suoi classici, rivisitati ma non strapazzati, dalla naturalezza con la quale ha cantato alcuni standard della canzone popolare americana, con il rigore e la potenza magnetica che da sempre gli viene riconosciuta. Un concerto minimalista dal punto di vista del palco, che aveva come arredo otto grandi fari ed otto piccoli, con luce calda e diffusa, che davano al tutto un alone retrò, da concerto in un palco degli anni ’40. Un concerto da salto nel tempo ma non, certamente, di salto nel buio. 

E la scaletta, inoltre è stata varia e piena di sorprese. Innanzi tutto i classici (Don’t think twice it’s all right, Highway 61 revisited, Desolation row, Simple twist of fate, Tangled up in blue) che hanno accontentato la platea degli spettatori più maturi. Classici proposti in uno stile di grande rispetto, pur con arrangiamenti originali ed intriganti. Poi brani tratti da album più recenti come Honest with me (da “Love and theft”), Tryin’ to get to heaven (da “Time out of mind); Thunder of the mountain (da “Modern times); Love sick, Dunesque whistle, Pay in blood, Early roman kings, Soon after midnight, Long and wasted years (da “Tempest”); Autumn leaves (da “Shadows in the night”); Melancony mood (da “Fallen angels”); Things have changed, Once upon a time. Come si può comprendere ci sono brani che racchiudono vari momenti dlela carrier di Dylan che, per la cronaca, dovrebbe fare un concerto lungo un mese per esaurire, forse, tutte le canzoni che ha scritto in quasi sessant’anni di carriera. Ma ai presenti al concerto quanto ascoltato è bastato ed avanzato per mantenere alta la passione verso un gigante della musica moderna. 

Ed anche quando ha cantato le canzoni “standards” del canzoniere americano ha dato un tocco unico e gradevole, atteggiandosi la microfono come una sorta di Sinatra in sedicesimo ma sapendo trarre dalla sua classe e dal suo mestiere toni di grande incanto facendo risuonare nel teatro il senso vero della malinconia, dell’autunno, del tempo che scorre e non ci si può fare niente. Interpretazione non di canzoni ma della vita nella sua interezza che hanno dato al concerto il senso della bellezza della vita ed, anche, della ineluttabilità della morte. Il concerto poteva anche finire qui oppure proseguire per altre due ore senza che alcuno fiatasse. Ma dopo l’uscita dal palco sua “Bobbyness” è rientrato suonando e cantando una bella versione di Blowing in the wind (e questo è il lato utopico, vitale, giovanile della vita) e terminando con un altrettanto bella e tirata versione di Ballad of a thin man ricordandoci, qualora ce ne fosse stato bisogno, che la vita è anche angoscia, disagio, inadeguatezza, paura della morte. E sulla moneta della vita ci sono entrambe le canzoni…Dentro il teatro ti protegge e le canzoni sono una sorta di preghiera di rassicurazione. Fuori dal teatro la pioggia scende a fiotti, la strada e buia, la notte è tarda, “e fuori, nella gelida distanza, un puma ringhiò, due cavalieri si stavano avvicinando e il vento cominciò a ululare…” (da All along the watchtower).

lunedì 9 aprile 2018

e arriva il tempo di "Diesel"


1975, “Non gettate alcun oggetto dai finestrini”; 1976 “Sugo”, 1977 “Diesel”. Un trittico di musica al fulmicotone dove passano sia le istanze musicali dell’epoca, il suono elettrico e veloce di una Milano in movimento, che quelle personali e politiche che Eugenio Finardi canta con grande passione, trasporto e motivazione. Finardi è un giovane artista e come tutti i giovani vive il contesto in cui “le cose della storia” si stanno muovendo. Il rapporto con gli altri, la scuola, il crescere, la droga, la politica, l’amore, la canzone militante, il mondo giovanile, la politica…insomma, tutto quello che esiste nella vita di tutti i giorni. E Finardi osserva, vive, suona sui palchi di tutta Italia. Legge la realtà e la riporta nelle sue canzoni…questo è il suo senso della sua vita artistica e questo riesce coerentemente a trasmettere nel suo lavoro in studio e sul palco. Tre album che avrebbero potuto condensare in un album triplo così come i successi due, “Blitz” e “Roccando, rollando” avrebbero potuto rappresentare un album doppio. O forse, ancor di più, questi cinque album rappresentano un affresco di vita come un grande puzzle costruito giorno per giorno, mese per mese, anno per anno…ma questo è “Diesel”….   
      



Inizia con un grande tiro di basso/batteria (Paolo Tofani/Walter Calloni), una chitarra decisa (Lucio Bardi) e una sezione fiati alle spalle, con arrangiamento di Claudio Pascoli,Tutto subito”, una canzone potente e geniale, un rock blues che racconta le storie di chi non se la sente di aspettare. Il brano ha un ritmo funky, teso e tirato, che rende bene l’idea dell’aria che tirava in quel 1977 che ha vissuto momenti davvero esaltanti ma altrettanto colmi di storie di tensione e di tragedie. Questo brano rende bene l’idea della modalità con cui la musica ed i testi di Finardi si erano posizionati in quel preciso momento storico/artistico dove l’artista cercava di condividere una lettura dei giorni che giravano intorno a lui, a noi…Quello che nasceva dalle strade, quello che molti ritenevano essere il tempo del desiderio irrinunciabile e che non si poteva rimandare, il desiderio del volere “tutto e subito” (chi si ricorda delle autoriduzioni nei cinema, sul tram e quant’altri luoghi della città….?) “Sono stanco di subire, sono stufo di aspettare. Tutto subito voglio avere, tutto subito mi devi dare”. Questa  è la rappresentazione dei sentimenti che attraversavano il mondo giovanile di quell’anno epocale, terribile, irripetibile…il coro femminile a supporto del brano potrebbe apparire anacronistico ma, invece, è il contraltare melodico e spensierato alla ricerca del cielo azzurro dopo la tempesta…   




Intro di pianoforte (nelle mani del grande Patrizio Fariselli) per una canzone, “Scuola”, che appare come l’esatto opposto della precedente. Suoni rilassati, un basso “riflessivo”, suonato dall’arguzia stilistica di Ares Tavolazzi e la voce di Finardi che “ritaglia” le liriche in maniera strepitosa, accompagnato da una linea di fiati rhythm and blues (arrangiati da Claudio Pascoli). Un brano splendido con un testo che invita a riflettere sulla modalità di come si dovrebbe affrontare lo studio nella scuola. Da quel tempo, è bene ricordare, che la realtà scolastica, dal punto di vista complessivo, è peggiorata….Il brano è una sorta di ode al lavoro artistico e manuale “perché non si sa mai nella vita, un talento serve sempre”. Il suono dei fiati, del sax e del basso sono una delle cose migliori che mai Finardi abbia prodotto musicalmente ed ancora oggi la forza evocativa della musica è integra ed attuale. “Perciò va pure a scuola per non fare scoppiare casini, studia matematica ma comprati un violino, impara a lavorare il legno ad aggiustare quel che si rompe….”. Viene proposta una critica forte alla modalità-scuola che prepara al lavoro, ma non alla vita, con l’ipotesi di una laurea che poi, magari, creerà dei disoccupati. Una visione pessimista, certo, ma purtroppo anche preveggente…“L’unica cosa che la scuola dovrebbe fare è insegnare a imparare” è un richiamo a far sì che la scuola insegni il senso critico più (o oltre) che nozioni perché con l’acquisizione di un senso critico si può maturare ma senza…sono guai. Probabilmente la canzone non è autobiografica ma sono indubbiamente richiamati valori spesso dimenticati nell’ottica di un insegnamento che deve costruire buoni cittadini oltre che bravi studenti. Il buon Don Lorenzo Milani aveva capito, tempo prima, quale avrebbe dovuto essere il ruolo pedagogico ed educativo della scuola e se l’avessero compreso in tempo. Ma come tutti i profeti….Ma questa è un'altra storia…. 




Zucchero”, come il titolo impone, è una canzone dolcissima ma non sdolcinata. Il suono dell’ARP 2600 suonato da Lucio Fabbri e la fisarmonica di Patrizio Fariselli danno un tocco molto particolare e suggestivo ad un brano che vuole andare alla ricerca delle ragioni che rendono “il personale politico”. La voce di Finardi si introduce in maniera soft cantando una sorta di dichiarazione d’amore verso la ragazza soggetto della canzone. Una canzone piena di dolcezza, forse la prima vera canzone d’amore cantata dall’artista milanese, che tocca le corde migliori del sentimento. Una canzone anomala e spiazzante ma, nel contempo, ricca di sfumature, con la melodia che entra nella mente e si fa fischiettare con tenerezza e trasporto. Ma anche una canzone che entra nelle dinamiche del tempo sottolineando che “se ciò che è giusto è anche naturale, ciò che è politico è anche personale” e definendo la necessità dell’uguaglianza nella coppia come l’unità del rapporto personale con quello che è dentro il rapporto con ciò che sta intorno. Ma non è solo il presente ad essere toccato dal pensiero di questa canzone ma anche, incredibilmente per un giovane di venticinque anni, “se penso al tempo da venire, mi fa sorridere l’idea di invecchiare”. Perché la vita è questa, “esaltazione” del momento ma anche consapevolezza che tutto muta, si trasforma e poi, diventa “altro”. Il ritornello è una sorta di filastrocca con il finale che viene intrappolato dalle note del violino come fosse una sorta di richiamo ad una sonorità di tardo settecento per il cosiddetto ballo delle debuttanti….  




Arpeggio di chitarra che si mescola alla voce di Finardi per una canzone, “Non diventare grande mai”, che si propone come una sorta di manifesto ideale/politico dove si sottolinea che “avere ragione non è un dogma statico, una religione, ma è seguire la dinamica della storia, e mettersi sempre in discussione…” Una sorta di manifesto ideale che cerca di stimolare l’attenzione di chi ascolta a mettersi in discussione ma, anche, a non prendersi troppo sul serio mantenendo un giusto distacco tra la maturità e la propria natura, mantenendo una semplicità di fondo che venga mai affondata dalle difficoltà della vita. E se la frase “e a ognuno secondo il suo bisogno e ad ognuno a seconda delle sue capacità, e anche se oggi potrà sembrare un sogno da domani può essere la realtà, da domani potrà essere la realtà” mette sottobraccio San Paolo e Lenin, l’intuizione del testo vuole essere uno stimolo a non lasciarsi vivere ma a darsi da fare per cambiare la realtà se questa non la si ritiene soddisfacente. Né per se stessi né per la società nel suo insieme rappresentando, anche in questo caso, il bisogno di mantenere il personale quanto più vicino al politico. L’arpeggio della chitarra acustica di Paolo Tofani è “ritmico e tonico” e si accompagna al sottofondo del suono del vibrafono sempre suonato dal chitarrista degli Area (che nel brano suona anche la chitarra elettrica ed il basso). “Non ti accontentare di seguire le stanche regole del branco…” è un invito chiaro e pressante, politico e personale che non ammette scuse perché la risposta deve essere senza se e senza ma…Il brano dura quasi nove minuti ma mantiene un pathos costante senza cedimenti. La chitarra acustica scivola veloce con alle spalle la trama del basso e del vibrafono costruendo un suono dalle movenze ipnotiche che mette nuovamente in luce l’originalità compositiva di Finardi.




Con la chitarra elettrica del grande Alberto Camerini, padrone di uno stile assolutamente unico, la batteria sincopata di Walter Calloni che duetta con il basso suonato, eccezionalmente, da Finardi, si apre “Giai Phong”, ispirato a un libro scritto da Tiziano Terzani sulla guerra del Vietnam. Una canzone che potremmo definire “militante” dove il testo richiamava sia la fine di quella lunga guerra, avvenuto nell’Aprile del 1975, che quanto avvenuto in seguito con la ricostruzione del Paese. Una sorta di canzone popolare che prendeva ovviamente la parte dei Vietcong e citava l’assedio dei miliziani libanesi nei confronti dei palestinesi nel campo profughi di Tel El Zaatar oppure dei cileni uccisi nel e dopo il golpe di Pinochet nel settembre del 1973. Strepitose le melodie costruite con tastiere, ARP 2600, Hammond e violino suonati dal sempre bravo Lucio Fabbri e dal suono incisivo ed avvolgente del sax di Claudio Pascoli che si unisce alla musica in maniera splendida costruendo un’atmosfera di sonorità “simil orientale” di particolare suggestione. Una canzone ottimista circa il seguito della guerra di cui avremmo saputo, in seguito, che non tutto era stato “rose e fiori” ma il paradosso della storia è che oro una dei migliori alleati commerciali (e non solo) del Vietnam sono…gli Stati Uniti d’America…




Il suono dolce dell’ARP Odissey e quello del pianoforte suonato da Patrizio Fariselli costruiscono una melodia impeccabile per un brano come “Non è nel cuore”. L’intermezzo musicale dopo la prima strofa è davvero strepitoso e la chitarra acustica di Alberto Camerini cesella note piene di emozioni. Una canzone molto personale dove emergono anche delle questioni “private” ma, nonostante ciò, fortemente collettive, perché la canzone altro non fa che cercare (e trovare…), nelle ragioni del “cuore” anche quelle dell’uguaglianza nello stare insieme, nell’essere coppia, dove le differenze vengono superate sia dall’emotività ma, soprattutto, dalla consapevolezza. Al basso vi è nuovamente la presenza di Hugh Bullen e la batteria di Walter Calloni si fa sentire con il battere metronomico del tempo. Da apprezzare, con grande attenzione ed un pizzico di stupore, il suono costruito dalle tastiere suonate dall’inimitabile tocco di Fariselli (senza dimenticare il tocco al violino di Lucio Fabbri). 




Con un ritmo davvero unico, anche per un’epoca di grandi sperimentazioni, “Diesel” irrompe nei solchi dell’album dopo e prima di due canzoni molto “lievi” (non leggere…). Un brano strepitoso sia per la musica che per le liriche. Supportato dal suono del piano elettrico alla Weather Report suonato magistralmente da Patrizio Fariselli, delle sonorità di un piano accelerato suonato da Lucio Fabbri e dalla sezione ritmica di Walter Calloni ed Ares Tavolazzi questa è una canzone che tesse le lodi di un mondo che lavora e che, come i musicisti, è sempre in movimento, sempre in viaggio “da una festa all’altra sempre in pista…”. Il motore diesel dei furgoni è la metafora di chi “la vita se la suda…” e che di conseguenza diventa per l’autore un mondo da amare e c’è proprio una dichiarazione in tal senso quando si afferma che “io amo questa gente che si dà da fare che vive la sua vita senza starsela a menare…”. Una canzone cinematografica, ricca di ritmo e di atmosfere atipiche, quasi un ibrido tra jazz e rock, con il virtuosismo di Fariselli che rende il brano liquido ed efficace in tutta la sua dinamica melodica. Una canzone che dà bene il senso dello sguardo poetico di Finardi, laddove questo è sguardo sulla vitta e non solo sulle metafore che le liriche delle canzoni possono offrire. “Diesel” è una canzone che regge ancora bene, dopo quarant’anni sia nella musica che nel testo perché come ci insegna l’”Odissea”, tutto ciò che è in viaggio costruisce relazioni e queste, la storia…    




Con un suono sintetizzato, quasi fosse generato dal canto di un usignolo, si apre “Si può vivere anche a Milano” che pur essendo un brano che dura solo 1 minuto e 15 secondi, esprime un mondo nascosto ma vivo, quasi fosse una sorta di danza carnevalesca che attraversa la città raccontando quello che accade intorno a noi. Una città reale e forse no, ma ben raccontata dallo sguardo di chi ama il luogo in cui vive e lo vede con un’ottica diversa da quella scontata di città del lavoro e dalle mille contraddizioni. Uno sguardo con un’apertura mentale diversa, con gli occhiali rosa ben calcati sul naso per osare a dire quello che, magari, in molti vedevano (vedono) ma non avevano (hanno) il coraggio di dichiarare. Il suono dell’ARP 2600 che esce dalle mani di Lucio Fabbri è semplice e geniale al contempo. Mai invasivo ma fortemente incisivo ed evocativo. Qui Finardi appare come una sorta di pifferaio di Hamelin che trascina con sé tutti coloro che hanno voglia di cambiare lo sguardo sulla città, certamente ma, soprattutto, sulla vita.    
       



L’album termina con un brano intenso e, a suo modo, “violento”. “Scimmia” è il racconto di come sia stato facile (sia facile) cadere nelle orribili trame della dipendenza delle droghe. Il testo è un’efficace descrizione di quello che in quegli anni accadeva (e tutt’ora accade anche se, per svariati motivi, con una valenza/violenza inferiore). Il suono è un muro di tensione emotiva, ed aggressiva, in cui sono richiamati tutti gli ingredienti di una storia “maledetta”, di una dinamica autodistruttiva. Il testo racconta delle dinamiche vissute da molti giovani coinvolti nella dipendenza. Una canzone coraggiosa, forse la prima che cantava in maniera netta e reale il tema della “perdizione e della redenzione” nel e dalla dipendenza di sostanze stupefacenti. L’inizio quasi per caso “il primo buco l’ho fatto una sera, in casa di un amico, così per provare….”. il ripensamento “Ma poi a casa me lo sono giurato, che io no, non ci sarei cascato…”. Il pensiero costante “Ma ci continuavo a pensare, non mi usciva dalla mente, e man mano che passava il tempo diventava la cosa più importante…”. La dipendenza “e continuavo a aumentare , mi facevo quasi tutte le sere, e appena fatto mi scoprivo a temere di non riuscirne più a trovarne…”. L’abbandono della vita “poi per due anni non ho quasi fatto altro, non ho suonato, non ho fatto l’amore, tiravo il tempo da un buco all’altro, in giro a sbattermi o a casa a dormire”. Ma arriva il tempo della consapevolezza “Ma una mattina mi sono chiesto: come andrà a finire? Andare avanti, finire in galera magari anche morire…” e del bisogno di riscatto “e poi sto perdendo tempo e sprecando quello che ho dentro, io così mi sto consumando, mi brucio ma mi sto spegnendo…”. E alla fine il riscatto arriva “e smettere non è poi così difficile. Non fa neanche tanto male…e fuori c’è tutto un mondo da scoprire sul quale si può intervenire…e se tieni duro due mesi vedrai che non ci penserai, quasi mai…”. Una canzone/viaggio all’interno di un dramma che in quei mesi stava esplodendo in maniera tragica con la diffusione dell’eroina che aveva rapidamente soppiantato le droghe psicotrope come la marjuana e l’hashish non sapendo i consumatori che l’eroina era ben altra cosa rispetto alle precedenti e che la dipendenza era, ed è, quasi immediata. Una canzone/racconto che, insieme alla musica assolutamente impeccabile per il tema proposto (Fariselli al piano elettrico, Calloni/Tavolazzi sezione ritmica, Bardi chitarra elettrica e mandolino, archi di Lucio Fabbri), mostrava anche agli ignari quale era il percorso che da un’assunzione quasi per gioco portava, poi, alla distruzione della persona. Coraggioso e autentico, Finardi, come sempre sarà nel corso della sua carriera…“Diesel”, un album da portare sulla classica isola deserta…