giovedì 15 giugno 2017

Demetrio Stratos, gli AREA e Milano: una storia che continua…










Qualche minuto prima si era tutti al centro del Parco di City Life per l’intitolazione della via che lo attraversa al grande musicista e ricercatore sonoro Demetrio Stratos con tanti musicisti presenti a testimoniare l’affetto che ancora molti suoi colleghi ed amici nutrono, a 38 anni dalla sua scomparsa, nei suoi confronti. Dopo il bel discorso dell’Assessore alla Cultura, Filippo Del Corno e le foto di rito sotto l’insegna in marmo che indica la via, che ha indicato le ragioni di questa intitolazione, è stato ricordato l’appuntamento allo spazio aperto Arianteo per le ore 20.00. Appuntamento che non potevo perdermi visto che ho assistito, casualmetne, al primo concerto degli AREA a Milano così come ero all’Arena per il concerto del 14 Giugno del 1979, organizzato per raccogliere fondi per le cure destinate a Demetrio Stratos, ma che si risolse in una commemorazione. Insomma, gli AREA mi piacevano, anzi, mi piacciono ancora. Ed ancora di più mi piace il fatto che il Comune di Milano abbia dedicato una via in suo nome (in verità ci sarebbero in attesa Giovanni Pesce, Beppe Viola, Vladimir Visotsky, Helenio Herrera, Nereo Rocco, Eugenio Curiel, Roberto Leidy…ma questa è un'altra storia, anche personale…). Un grande gruppo quello degli AREA, cento anni avanti a tutti gli altri, senza nulla togliere ai grandi del progressive rock italiano degli anni ’70. Ma loro erano diversi, loro erano immensi ed avevano, a differenza delle band stellari di Miles Davis e dei Wheater Report un cantante di nome EfstràtiosDimitrìu, ovvero Demetrio Stratos, dove, è bene ricordarlo, il primo era il nome mentre il secondo il cognome. Ma questo è un dettaglio….Stratos, che dopo una gavetta in vari gruppi beat passò ai Ribelli del Clan di Celentano per poi intraprendere la carriera di cantante degli AREA, prima e di grande sperimentatore vocale, poiQuello che importa veramente è il ricordo pensato in onore di questo immenso musicista che una malattia davvero infame se lo porto via che non aveva ancora 34 anni anche se pareva aver già vissuto più vite. 

Aveva talento, aveva personalità, aveva una voce incredibile e sciamanica, una voce che inghiottiva il passato ed il presente e che avrebbe masticato il futuro. Una voce che ti scavava nel cuore e nell’anima e che non lasciava tranquilli. Tutta la discografia degli AREA è una sorta di inno a suoni inaspettati, stordenti, assoluti, mentre la voce di Demetrio era sangue, carne, vita, mistero, sciamanesimo raccolto nel cuore di una città “disadattata”, “bella e impossibile” quale era la Milano degli anni ’70 tra visioni di futuro e sangue sulle strade. Dopo la morte di Demetrio gli AREA non furono più gli stessi. Certamente abbattuti dalla morte del loro cantante e compositore ma, anche, fagocitati da una distorta etichetta ed uso della funzione del musicista militante: “se siete compagni dovete suonare gratis…”. Un ricatto inaccettabile ma che, in quegli anni “disordinati” funzionò così bene da distruggere carriere artistiche di grande spessore. Ma per tornare ad oggi, 13 Giugno del 2017, è giusto sottolineare come i tempi siano cambiati anche attraverso l’intitolazione di una via dedicata ad un musicista originale come lui era. Una via posta al centro del nuovo quartiere di City Lifee che si incrocia con la via Luciano Berio quasi a simboleggiare una sorta di incontro tra generi musicali apparentemente inconciliabili anche se poi la musica dovrebbe dividersi solamente in due categorie: quella bella e di qualità e quella scarsa. Il resto sono “congetture”. Ed il post inaugurazione, avvenuto anche alla presenza dell’Assessore al Bilancio, Roberto Tasca, ha visto la presenza di molti musicisti (alcuni dei quali presenti al concertone dell’Arena del 14 Giugno del 1979) che hanno ricordato l’amico Demetrio esibendosi allo spazio aperto Arianteo, posto a cento metri dalla nuova via. Sotto l’egida di Radio Popolare (che ha mandato in diretta l’evento) e con la solita dinamica ma precisa direzione di Claudio Agostoni, la serata si è dipanata con la presenza di tanti amici di Demetrio che lo hanno ricordato in una set molto condensato ma altrettanto pieno di calore ed affetto. 

Così, alla presenza di sua moglie, Daniela Ronconi, sul palco, di fronte ad un migliaio di spettatori, si sono  si sono alternati vari amici e musicisti i cui interventi hanno ricordato l’affetto provato per l’amico scomparso. Pronti, via, e sul palco è salito Paolo Tofani che ha letto una sua lettera destinata all’amico. Una lettera colma di affetto e di immagini personali che hanno fotografato l’uomo ed il musicista conosciuto dal compagno di avventure negli AREA. Poi, dopo i saluti istituzionali dell’Assessore Del Corno e “due parole due”, tanta l’emozione, di sua moglie, Daniela Ronconi, è stata la volta della band di Giorgio “Fico” Piazza, primo bassista della PFM che, insieme a Pino Scotto alla voce,JanMerec alla chitarra e Sergio Poggi alla batteria, ha subito scaldato la platea con le versioni toniche di “YoureallyGot me”, dei Kinkse “Long tall Sally” di Little Richard. Poi è salito sul palco il folletto Ricky Gianco, bravo e simpatico come sempre, che ha ricordato di aver prodotto il primo lavoro di Demetrio “che aveva una voce spaventosa” ha ricordato, da tenere a bada. Insieme all’immenso e sempre con atteggiamento “umile”Patrizio Fariselli, Gianco ha sciorinato una versione da brividi di “Pugni chiusi”, un brano scritto proprio dall’artista lodigiano. Un bellissimo momento pieno di classe e nostalgia. Non c’è tempo per i ricordi che subito sale sul palco Antonio Oleari che ha scritto un libro sulla vita di Demetrio, “Gioia e rivoluzione di una voce”, e che ha ricordato di come molte delle persone contattate perché gli parlassero di Demetrio fossero, all’inizio, molte riservate quasi a temere di contaminare” un vecchio rapporto di amicizia. Ma poi tutti si sono lasciati andare alla “lettura! della memoria. Il bravo Roberto Masotti e sua moglie, Silvia Lelli, hanno parlato del loro libro fotografico su Demetrio e gli AREA. Un libro che ha cercato di scavare davvero all’interno del mondo del gruppo e del mistero Stratos tanto che la Lelli ha ricordato di quando chiese a Demetrio di potergli fotografare la sua bocca quasi a volere “guardare” i suoni che sgorgavano dalla sua gola, dalla sua laringe, dalla sua lingua. Un rapporto, questo, di una intimità assoluta. 

E’ poi salito sul palco il Maestro Carlo Boccadoro che ha ricordato, e letto, un mesostico (dal greco “medio” e “verso”, in cui le lettere o sillabe o le parole centrali di ciascun verso formano un nome oppure una frase compiuta) dedicato da John Cage a Demetrio. Un testo, il suo, molto particolare ed intenso. Un testo che descriveva perfettamente la personalità di Demetrio. A sorpresa, chiamato da Boccadoro, è salito sul palco Eugenio Finardi che, accompagnato al piano elettrico dallo stesso Boccadoro, ha proposto una delicata versione della sua “Ninnananna”. Il Maestro Boccadoro saluta e sul palco salgono Mauro Pagani e Fabio Treves. Mentre Finardi ricorda come la figura di Demetrio fosse per lui quella di un fratello maggiore che incontrò alla Numero Uno di Lucio Battisti e Mogol e poi, insieme, trasmigrarono alla CRAMPS dove avrebbero partecipato alla creazione di un mondo musicale assolutamente unico ed inimitabile. Treves, da parte sua ha ricordato del concertone all’Arena, in sua memoria e di cui oggi ricorre l’anniversario, e di come non fece salire sul palco a suonare un giovane artista napoletano presentatosi con la sua chitarra al seguito. Quel ragazzo era un quasi sconosciuto Pino Daniele. Mauro Pagani ha invece sottolineato l’importanza della musica nella vita di ciascuno e come questa cambi le persone in meglio. E poi, via, per una bella esecuzione di “Hold on”, un gospel cantato da Finardi con la sua impareggiabile forza evocativa, con l’armonica di Treves ed il violino di Pagani a ricamare note sul suo canto. Subito dopo è la volta del Maestro Gaetano Liguori (e così ci si rende contro che sul palco sono transitati ben tre Ambrogini d’oro…)che attacca la sua “Cantata rossa per Tel al Zaatar” a cui partecipò Demetrio cantando le liriche composte dal poeta Giulio Stocchi. Una altro momento molto inteso e suggestivo propiziato dalle note liquide scaturite dal piano dell’intramontabile Gaetano Liguori.Ida Marinelli, tra le prime artiste a lavorare al Teatro dell’Elfo quando la sede era in via Ciro Menotti 11, ricorda degli incontri, suoi e di altri attori, in casa di Demetrio il quale era sempre molto generoso con loro, artisti in via di “definizione”. 

Li aiutava sostenendoli nel percorso di crescita canora, dispensando consigli con maestria e saggezza e senza mai un briciolo di supponenza. Artisti che poi ospitava a cena con l’ausilio di Daniela (Ronconi). Dalle sue parole è emerso il ritratto umano fatto di attenzione e delicatezza anche nel ricordo di quando gli chiesero di lavorare ai suoni del loro spettacolo “Satyricon”, di Petronio ed anche in quell’occasione lui si dimostrò un grande professionista ed una grande persona. Un racconto lungo ed articolato fino a giungere al momento del suo ingresso in Ospedale e poi…più nulla…Enrico Merlin e Valerio Scrignoli hanno invece “invaso” il palco di suoni aspri scaturiti dalle loro chitarre elettriche e da tutti gli aggeggi elettronici delle pedaliere. Suoni che hanno visto anche “galleggiare” reminiscenze di “Luglio Agosto, Settembre (nero)” il cui riff iniziale è sempre un vero colpo d’ariete nel novero delle mille emozioni che gli AREA hanno saputo trasmettere. Francesco Schianchi, che lavorò in CRAMPS ed è nel novero dei fondatori di Radio Popolare, ha ricordato l’umanità, le radice greche di Demetrio e la sua capacità di essere uomo di raccordo tra mondi diversi. Oggi è facile parlare di musica del mondo ma a metà degli anni ’70 chi riusciva ad intravedere mondi diversi da quelli classici (musica classica, rock, jazz, blues, cantautorato…) non era certamente “profeta in patria” ma Demetrio e gli AREA questo coraggio lo mostrarono ed oggi, ancora, se ne trovano le tracce a torto ritenute dimenticate…(ed anche Mauro Pagani lo aveva capito…ed il suo album d’esordio solista, “Pagani” del 1978 anticipava il capolavoro “Creuza de ma” concepito e generato con Fabrizio De Andrè). E poi tocca a loro…AREA International (POP)ular Group: Patrizio Fariselli al piano elettrico, AresTavolazzi al basso elettrico, Paolo Tofani allo shankatrikanta ed alla batteria un figlio d’arte, Nico Capiozzo “sostituto” di un inarrivabile genitore quale fu Giulio Capiozzo, batterista/percussionista che vantava numeri ritmici strepitosi. Anticipata dal suono di “Cometa Rossa” arrivano i suoni e le liriche, cantate da Tofani, de “La mela di Odessa”. Due brani di metà anni ’70 tutt’ora attuali, nuovi, freschi e musicalmente titanici. Una versione molto “sorridente” e quasi scanzonata (vedi il “richiamo” di Tofani a Tavolazzi) ma che ben rende l’idea di quale grande qualità fosse nascosta/evidente (scusate l’ossimoro) nella musica di questo strepitoso gruppo di avanguardia musicale. Gli applausi non sono ancora terminati che tutti i musicisti intervenuti salgono sul palco per una bella e nitida versione di “Gioia e rivoluzione” cantata da Eugenio Finardi che, in questa serata, ha fatto percepire il grande affetto che lo lega ancora alla figura di DemetrioStratos. 

E’ una grande festa popolare, con l’armonica di Treves a scardinare note su note, il violino di Pagani in versione quasi country, il paino liquido di Fariselli e chi più ne ha più ne metta (di emozioni, intendo…). E siccome il pubblico non ha voglia di andare a casa (anche perché poi assisterà alla proiezione del film documentario “La voce di Demetrio Stratos” di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato) la serata musicale si chiude sulle note di“Luglio Agosto, Settembre (nero)”in una sorta di jam session “disordinata” e liberante. Una versione che indirizza lo sguardo di molti dei presenti si rivolge al passato perché questa dimensione è, nel bene e nel male, una delle poche certezze della vita in quanto non lo si può cambiare ma, al contempo, si volge verso il futuro perché su quello, forse, ancora qualcosa è possibile fare per farlo volgere al meglio…Tanti abbracci tra le persone, amici, artisti che si sono ritrovati per l’occasione (tra i tanti è da segnalare la presenza del Maestro Franco Mussida e di Massimo Priviero all’inaugurazione della via e del promoter Claudio Trotta al concerto) e che hanno ritrovato l’ebbrezza degli anni trascorsi alla ricerca del Sacro Graal della “gioia e rivoluzione” possibile attraverso la musica. Impresa titanica spesso, per molti, non andata a buon fine, ma ci sono desideri che non appassiscono ed anche il ricordo di un tempo, di un mondo, di “sorrisi/lacrime/parole” ormai figlio del passato, può aiutare a meglio sopportare tempi certamente difficili, diversi e, per certi versi anche un po’ “insopportabili”. Ma questa è la vita da affrontare a “pugni chiusi”, per evitare di perdere la “consapevolezza” in una dimensione dove governa la “gerontocrazia” nelle nostre odierne “megalopoli” in cui si vive a “nervi scoperti” in pieno “caos” da anticipo di una sorta di “lobotomia” esistenziale. Allora, dopo una serata come questa è giusto, opportuno, naturale alzare guardarsi intorno in attesa che appaia, dal mondo della magia, un “elefante bianco” oppure, forse ancor meglio, scrutare il cielo notturno e stellato in attesa del passaggio di una “cometa rossa” di cui in tanti ci hanno parlato ma di cui pochi hanno avuto realmente il segno della sua esistenza.




lunedì 12 giugno 2017

Davide Van De Sfroos allo Stadio Mezza: una bella avventura, una storia da raccontare…




E alla fine Davide Van De Sfroos la scommessa l’ha vinta. Anzi, l’ha vinta insieme al suo staff ed a tanti amici che hanno lavorato per questo grande evento che si è tenuto allo stadio Giuseppe Meazza di Milano. Uno stadio mitico per il calcio ma, anche, per i grandi nomi che, a partire dal 1980, hanno suonato per migliaia di appassionati. Bob Marley, Dylan, Springsteen, U2, Vasco, Ligabue…giusto per dire qualche nome senza fare troppo lungo l’elenco. Molti hanno preso come un azzardo la decisione dell’artista Tremezzino di suonare in questo grande tempio dell’arte calcistica e musicale ma lui, ostinatamente, ha ritenuto che questa scommessa andava giocata anche in nome e per conto dei tanti musicisti che non fanno parte del piccolo Gotha della musica italiana e/o mondiale ma che, però, hanno tanto da dire, hanno un’impronta unica da mantenere, sono in grado di proporre mondi artistici ed umani altrimenti sconosciuti. 

Chi segue il percorso artistico di Van De Sfroos conosce bene le difficoltà di essere un artista di nicchia in quanto, utilizzando il dialetto per le liriche (ed un dialetto anche particolare come quello che abita le sponde del lago di Como), non si è certo “vendibili”, salvo rari casi, da Roma in giù (pur essendo presenti al concerto un nutrito gruppo di fans romani e campani). Ma la carriere di questo musicista ha saputo aprirsi a suoni diversi, ad esperienze cangianti, sia nella scrittura, che nei suoni, che nei compagni di viaggio che lo hanno seguito nei suoi ormai oltre vent’anni di carriera. Davide Van De Sfroos è certamente un artista con coraggio da vendere perché ha saputo mantenere fede alle sue radici linguistiche, al suo mondo fatto di perdenti, alle sue visioni immaginifiche, ai suoni popolari e blues (che altro non è che una musica del popolo) che ne hanno accompagnato la crescita. Ha saputo crescere nella scrittura proponendo un mondo fatto di figure straordinarie e di situazioni “anomale ed insolite”. Basta prendere il suo canzoniere e scorrere i titoli delle sue canzoni per rimanere sconcertati dall’abbondanza di figure, di immagini, di messaggi, di iperboli, di icone, di memorie presenti nelle sue canzoni che, a bene saperle leggere ed ascoltare, aprono la visione a mondi ancora più profondi perché queste canzoni altro non sono che porte che si aprirebbero davanti noi se solo se ne concepisse questa opportunità. 

In questi mesi Van De Sfroos non si è risparmiato ed ha davvero incontrato tante e differenti situazioni nei vari piccoli concerti di cui è stato protagonista, oppure semplici incontri con i soggetti più disparati e, ne siamo certi, da questi incontri, da queste situazioni, saranno certamente emersi molti spunti necessari per costruirvi introno delle nuove canzoni. “La curiera” è stato un altro colpo di genio della sua campagna pubblicitaria pro concerto perché vedere un musicista che arriva in città, come nel piccolo paese, con una vera corriera non è cosa di tutti i giorni. Significa, davvero, farsi parte attiva per andare a salutare chi ti apprezza direttamente a casa loro. Operazione non semplice sotto molti punti di vista ma, anche, buona idea di chi non ha grandi sponsor alle spalle, né una casa discografica che possa investire importi considerevoli in una campagna pubblicitaria a tappeto. Questa, quindi, è soprattutto la vittoria dei “piccoli”, di coloro che non hanno spalle a cui appoggiarsi se non gli amici e coloro che ti supportato da anni; di coloro che non tendono a vivere di rendita ma che ritengono importante rischiare sempre pur di non abbassare la guardia della propria indipendenza mantenendo integra la propria originalità. 

E se questo è il prima…un prima lungo vent’anni, certamente il dopo non avrebbe potuto che essere una vera e bella festa popolare dove il pubblico presente allo stadio si è divertito, ha cantato, ballato, sorriso e pogato (ma quanta energia da questi “saltatori”…) con grande libertà e piacere, superando anche le comprensibili paure di partecipare ad un grande evento dopo i fatti di Manchester e Londra (tra l’altro un plauso va alla gestione della sicurezza esterna ed interna). E’ stata una grande festa che ha trovato nella leggerezza del canto di Van De Sfroos il suo punto di forza. La sua serenità sul palco era percepibile in maniera evidente e questo, certamente, è stato un elemento di forza e coesione per tutti i musicisti che lo hanno accompagnato sul palco. Ma detto del prima, il concerto come è stato…? La risposta è molto semplice: eccellente. Innanzitutto la qualità del suono, non sempre adeguata all’interno dello Stadio. Mai troppo potente, mai “impastato”, ma i a sovrastare la voce. Preciso, pulito, costantemente adeguato alla tipologia delle canzoni proposte, siano esse con chitarra/piano e voce, oppure con le band all’opera. E questo non è una fattore secondario perché una pessima acustica può distruggere i più grandi artisti. Poi la modalità con la quale Van De Sfroos ha affrontato il palco: con serenità. Una serenità che ha saputo trasmettere a tutti i musicisti. Ed anche questo elemento/valore di forza non era un elemento scontato perché un conto è suonare davanti a mille persone, altro è vedere, dal palco, il pubblico da contare in migliaia che ti osserva e che probabilmente lui conosce uno per uno…

E dall’altra parte il pubblico lo ha sostenuto con grande attenzione e lo ha seguito, con il giusto approccio, sia nelle canzoni molto ritmiche che in quelle da “crooner” dove il silenzio e l’attenzione erano essenziali per poterne cogliere la loro ricchezza lirica. Poi gli ospiti con il “mitico” Cimino a dispensare al pubblico scarpe usate tratte dalla sporta trasportata sulle spalle. Non indifferente la presenza di figuranti, vestiti “a festa”, provenienti dal paese di Schignano, a ricordare la bellezza ed originalità del loro carnevale…Forte e spirituale la presenza di uno sciamano sud americano, da nome impronunciabile, che è riapparso dopo quattordici anni di assenza dalle scene di Van De Sfroos. E non si può non citare il sempre bravo e generoso Fabio Treves, il Puma di Lambrate, bluesman amato da generazioni di appassionati di blues. E per ultimo, ma giusto per dire, essenziali i tre ensembles che hanno accompagnato Van De Sfroos nel corso del concerto: gli Shivers, con il loro afflato folk; i Luf, capitanati dal bravo Dario Canossi, con il loro robusto folk rock; Maurizio Glielmo, con le sonorità della Gnola blues band. Stili sonori differenti ma legati con una sorta di abbraccio benedicente dalle storie narrate dalle canzoni di Van De Sfroos. Così è stato possibile “consegnare” al pubblico canzoni agli antipodi come “Cyberfolk” e “40 pass”. Oppure “Ventanas” o “La figlia del Tenente” con “De Sfroos”. Tutti e tre gli ensembles che hanno supportato Van De Sfroos, senza dimenticare l’iconico Anga al violino, hanno saputo “leggere”, nel migliore dei modi, le canzoni proposte, “consegnandole” al pubblico che le ha restituite accompagnandole con cori pieni di allegria ed, anche, di malinconia…Perché le canzoni di Van De Sfroos non sono canzoni semplici, non sono canzoni da bar o da balera, magari anche, ma sono soprattutto canzoni che scavano il cuore e l’anima, che entrano nel profondo, che fanno pensare, che fanno contrapporre ragione ed emozione. Sono canzoni vitali perché hanno un retroterra arcaico ed ancestrale che arriva al cuore di tutti. Vita, morte, amore, natura, relazioni, gioie, paure, mistero, magia, quotidiano, lavoro, ricordi, amarezze…tutto si mescola nel grande calderone del canzoniere di Van De Sfroos. 

Un tutto che è di facile comprensione da parte del pubblico perché racconta della vita, perché ogni canzone rappresenta una metafora della vita che ci scorre attorno, che ci avvolge o ci respinge. Ci sono le lacrime di gioia ma anche quelle di speranza o timore e sofferenza. C’è lo stupore del mistero della natura che ci ricorda che acqua e vento, fuoco e terra sono accanto a noi e ci parlano, solo che molto spesso non ne ascoltiamo le parole e questo ci rende più deboli oltre che presuntosi. E’ stato un concerto davvero sui generis, una vera festa popolare con la voglia di divertirsi, da parte del pubblico e con il desiderio di rendere un omaggio al proprio pubblico da parte di Van De Sfroos. E, credo con buona dose di certezza, che il connubio sia perfettamente riuscito. Davide (guarda a volte i nomi…) ha saputo sconfiggere il Golia dei grandi eventi. E’ stata certamente una sfida al limite della follia, impari per certi versi ma, paradossalmente, la sfida Van De Sfroos non l’ha vinta allo stadio Meazza, quello è stato il punto di approdo. La sfida è stata vinta nelle piazze che ha attraversato prima del 9 Giugno, nelle mille iniziative che lo hanno visto ospite e protagonista, nelle migliaia di foto scattate accanto a qualche fan, nelle chiacchierate in serate che non finivano mai. La sfida Van De Sfroos l’ha vinta avvicinandosi allo stadio Meazza, perché, parafrasando un vecchio libro di Arturo PaoliCamminando s’apre cammino” ed in questo cammino Davide Van De Sfroos ha rinforzato la sua certezza che il passo non è stato più lungo della gamba e che l’impresa poteva essere affrontata e vinta. E così è stato. Ma non ha vinto da solo perché intorno a sé Davide Van De Sfroos aveva ed ha una comunità…cosa rara di questi tempi liquidi ed effimeri. E questa comunità, certamente, non si accontenterà di un solo concerto da stadio. Quindi, secondo il mio modesto parere, quello del 9 Giugno, con le sue quasi tre ore di musica, è stato un preavviso, un canto delle sirene ed il meglio, magari, deve ancora arrivare…




mercoledì 17 maggio 2017

Intervista a Davide Van De Sfroos - dal sito www.lisolachenoncera.it



All’inizio magari lo guardavano come fosse un eccentrico, un personaggio un po’ bizzarro perché cantare in dialetto, se questo non possiede una sua storia ben radicata nell’immaginario culturale e folklorico del Paese, è un rischio davvero troppo imponente da affrontare con cognizione di causa. Ma lui, Davide Bernasconi, in arte Davide Van De Sfroos, non si è mai curato delle opportunità commerciali ma ha sempre cercato di proporre un suo stile, un suo clichè artistico per il quale il tempo gli ha dato ragione. Ha iniziato quasi in sordina, supportato da uno zoccolo duro di fans che tutt’ora lo segue intrepido, ed è riuscito, anno dopo anno, album dopo album, concerto dopo concerto, a dimostrare che “la classe non è acqua” e quando il talento è forte, potente, definito, il resto è questione di tempo e prima o poi l’attenzione arriva…E l’arte di Davide Van De Sfroos, che si fa parola e musica, abbiamo cercato di “interpretarla” con questa intervista a distanza sempre più ravvicinata dal concerto allo Stadio Meazza di Milano…

Intanto sfatiamo una “diceria” e ricordiamo che il 9 Giugno non sarà la prima volta che suonerai allo stadio Mezza di San Siro perché già il 25 Marzo scorso…
E’ vero, suonare due canzoni da solo, con i piedi sull’erba del campo e una chitarra in mano, è stata un’esperienza sicuramente iniziatica; sugli spalti erano presenti ottantamila cresimandi con famiglie, in attesa del Santo Padre. Dopo quel giorno mi sono sentito diverso e meno agitato nell’attesa dell’evento.

E poi continuiamo chiedendoti quale è stata la molla che ti ha spinto a prendere questa decisione, oggettivamente “epocale” per la tua carriera e come ti stai preparando “all’evento”…
Non sono scelte che si prendono da soli e neanche tanto alla leggera. Mi è stata proposta dal mio staff la possibilità di dedicarmi alla preparazione di questo evento complicato e grosso. Alcune cose o si fanno o non si fanno, non si può rimanere a metà strada. Ho deciso di tentare perché mi sembrava il momento giusto, dopo tanti anni e tante vicende che hanno visto una grande schiera di persone sostenermi in tutti i modi. C’è qualcosa di simbolico in questa scelta che va oltre il risultato finale dell’evento. Ovviamente mi sto preparando con una grande promozione e cercando di pubblicizzare l’evento con tutti i canali possibili.

Tu, che hai suonato nei luoghi e spazi più disparati, non risparmiandoti anche realtà assolutamente marginali e periferiche, come pensi di affrontare il grande palco di uno stadio come il Meazza e con quale approccio sonoro?
Mi piacerebbe portare sul palco un riassunto di tutta la mia storia musicale, cercando di inserire nello spettacolo una buona parte dei brani e i diversi moduli di suono che negli anni hanno caratterizzato gli show. Non certo effetti speciali fuori luogo, ma semplicemente quello che mi appartiene.

Per il concerto verrà privilegiata la formazione in formato “folk” che ultimamente ti segue oppure saranno presenti i musicisti che, nel tempo, hanno rappresentato le varie anime del tuo suono dal vivo?
Ci saranno le latitudini più folk, poi una parte sostenuta dove emergerà la dinamica rock o power folk; non mancherà l’aspetto blues e neanche quello intimistico di qualche ballad...

Sicuramente al concerto ci saranno il Genesio, il Cimino, Nonna Lucia, Yanez e tanti altri dei personaggi che ci hai fatto conoscere…Come immagini che seguiranno il concerto? con quale spirito e quali aspettative…?
Alcuni personaggi saranno presenti nelle canzoni, ma altri saranno anche davanti al palco e si sentiranno sicuramente parte di un cerchio che non si è mai spezzato. Nelle mie storie i protagonisti sono sempre molto in evidenza e il flusso delle cose narrate, mi arriva dalle persone e dal territorio stesso. Una volta che salgo sul palco, ogni cosa ritorna in modo naturale ed emotivo alla sorgente, ovvero ai soggetti  diretti o indiretti e a tutti coloro che mi hanno tramandato determinate vicende. Sono in moltissimi a riconoscersi nelle trame dei testi e le canzoni a loro volta si specchiano negli occhi di chi le segue.

Io credo che tu abbia preso una decisione importante cioè quella di rendere visibile al grande pubblico della musica (che frequenta gli stadi per i grandi artisti stranieri e quelli dei grandi numeri italiani), anche un mondo artistico che qualcuno chiama “di nicchia” e che, invece, è vasto e pieno di talenti che avrebbe bisogno di essere conosciuto ed apprezzato in maniera più profonda e partecipata. Tu cosa ne pensi?
Io sono cosciente del fatto che la mia musica non passa per autostrade mediatiche, che difficilmente la senti in radio e che non viene sorretta automaticamente da questo sistema. Tutto è sempre avvenuto sul campo, con l’affetto e l’entusiasmo di chi la voleva tenere viva. E’ stato così al Forum di Assago, al teatro degli Arcimboldi, nelle piazze più disparate d’Italia  e perfino a Sanremo. Per cui, portarla in uno dei templi indiscussi dello spettacolo, significa volerla collocare per una sera, in mezzo a tutti quelli che fino a qui l’hanno resa possibile....e significa anche voler accendere i riflettori su di un intero mondo di persone che io canto perché esiste ed è sempre esistito.

Artisticamente hai fatto molti cambiamenti anche se, apparentemente, il tuo stile parrebbe uguale nel tempo. L’ultimo tuo lavoro “Synfuniia”, ha dimostrato che le tue canzoni sono naturalmente proponibili in modalità musicali differenti da come sono nate ed incise. Dobbiamo aspettarci altre sorprese rispetto a nuove modalità di proposta del tuo canzoniere e delle nuove canzoni? Questo anche in funzione dell’imprinting musicale dei musicisti che ti hanno, nel tempo, accompagnato?
Ho sempre cercato di lasciare scorrere la musica secondo le sonorità possibili e apparentemente contrastanti, ho sempre rincorso la contaminazione senza perdere l’identità del nucleo portante. Mi sono snodato e sporto dal balcone più che potevo per fare sì che l’acqua delle mie canzoni non rimanesse stagnante. Dopo avere sperimentato anche l’avventura sinfonica, sono ritornato alle radici e a tante latitudini primordiali. Per questo sul palco tenterò di portare tutte le sfumature possibili di questo lungo viaggio verso casa.

In una tua esibizione di alcuni anni fa al Teatro Nazionale apristi la serata con un brano di Enzo Jannacci, artista poliedrico indissolubilmente legato a Milano. Io rimasi colpito dal tuo omaggio al Maestro e lo collegai alla tua canzone “Quaranta pass” nella quale, a mio avviso, esprimevi, al meglio, l’insegnamento artistico di Enzo. Le vostre rappresentano generazioni oggettivamente lontane per ovvie ragioni di età e di “clima”. Un artista come lui cosa ha rappresentato per la tua crescita artistica?
L’artista Enzo Jannacci, difficilmente può essere scisso dall’uomo Enzo Jannacci. Enzo era quella cosa, quel modo, quel sound, quella rabbia e  quell’ ironia. Prendere o lasciare. O ti arrivava o non potevi capirlo fino in fondo. I suoi molti strati e il suo apparente sberleffo con una lacrima sempre sul punto di affiorare, mi hanno spesso messo in una condizione di emotività sperimentale. Un giorno mi strinse la mano fortissimo e mi trasmise senza barriere di nessun tipo il suo slancio affettivo. Fu una sensazione che raramente rincontrai e ogni volta che ho avuto la possibilità di fare un piccolo tributo ad Enzo, quella sensazione era ancora presente.

Con la scelta del dialetto “laghèe” hai fatto una scelta difficile che, certamente, ha sacrificato la tua visibilità a livello nazionale. Nel contempo, però, hai dimostrato che si può fare poesia anche cantando in dialetto; addirittura in uno di quelli marginali rispetto a quelli egemoni (romano e napoletano). Pur comprendendo che alcuni concetti ed alcune “cose” si possono esprimere solamente in “quel” dialetto, hai mai pensato di scrivere un album completamente in italiano…?
La scelta del dialetto è stata molto naturale e fisiologica, soprattutto in base alle cose che ho deciso da sempre di raccontare. Non è stato qualcosa di pianificato a priori o derivato da complesse architetture mentali. Posso dire che è capitato. Sentendo forte il richiamo per questa lingua e questo modo di esprimere le cose, faccio fatica a provare dubbi o pentimenti particolari. Alcune canzoni le scrivo in italiano e non ho problemi a cercare la mia libertà di espressione anche chiedendo in prestito altri suoni ad altre lingue o dialetti. Non ho fatto mai un contratto con me stesso, che mi obbligasse a cantare in dialetto....ma fino ad ora non ho mai avuto nemmeno l’esigenza di abbandonarlo totalmente per un disco in italiano. Le due cose convivono in modo naturale da sempre.

Hai scritto canzoni sul vento e sugli elementi della natura, sui minatori, sulla storia, sui contrabbandieri, sui fantasmi e sul tempo. Insomma, non ti sei fatto sfuggire niente (senza parlare dell’ambito letterario). Ora hai messo gli occhi (e le orecchie…) su nuovi filoni originali…?
Ho sempre  scritto di cose che in qualche modo mi invadevano prepotentemente e ancora oggi resto in ascolto e attendo, come una sentinella che si aspetta di vedere arrivare da lontano la prossima canzone. E’ un periodo in cui tendo a celebrare un ritorno, dopo avere viaggiato molto. Mi piace riguardare le persone nelle loro semplicità a volte perdute, tornare sui luoghi, prendere in considerazione i lavori della gente e i loro modi di pensare, lungo il nastro incerto del tempo. Negli ultimi lavori sono andato in profondità dentro le mie acque più oscure, facendomi anche male ogni tanto, ma sentivo che andava fatto. Ora voglio parlare di altro e di altri.

Dalle pagine de “Il Corriere della sera” hai anche intrapreso “lettura” della realtà delle piccole/grandi situazioni della vita che ci circondano. Cosa ti piace di più di questa esperienza?
L’esperienza di “Random”, i miei piccoli interventi sul corriere alla domenica, mi permette di fare un viaggio quasi psichedelico nei miei angoli sconosciuti. Spesso scrivo queste cose come sotto l’effetto di una dettatura interna, come se la mia ombra mi dicesse cosa devo scrivere, bisbigliandomi all’orecchio. Ho sempre avuto un debole per quel tipo di scrittura insolita e qui mi è stato messo a disposizione un contenitore dove potermi sfogare. Sono grato per questa opportunità perché mi aiuta molto.

Sei “la guida per i viandanti” del progetto “Terra & Acqua” con il quale hai fatto conoscere itinerari poco noti delle terre lombarde. Che cosa ti ha lasciato, interiormente, questo percorso? Quali “segreti” hai scoperto essere davanti ai tuoi/nostri occhi, di cui non ti eri mai accorto?
L’esperienza “Terra & Acqua” mi ha permesso di approfondire il territorio e di scoprire interi universi che avrei ignorato, pensando di conoscere tutto quello che, proprio perché vicino a casa, tendiamo ad osservare superficialmente. Queste guide, oltre ad essere utili al viandante straniero, sono importanti anche per noi, per scoprire o riscoprire casa nostra.

Per finire una carrellata sul libro che stai leggendo, sull’album (o canzone) che ti è piaciuto di più degli ultimi tempi e l’artista, contemporaneo, oppure lontano nel tempo, con il quale ti sarebbe piaciuto condividere un palco, magari quello del Meazza, per il tempo di una canzone…  
Sto rileggendo alcuni racconti di Conrad che riguardano la vita in mare e quelli di Jack London che hanno a che fare con il Grande Nord. L’avventura, l’ignoto, il viaggio costante dentro e fuori. Dovendomi spostare costantemente, queste letture un po’ mi aiutano a non perdere il contatto con la parte epica del movimento. Un musicista col quale condividerei un’esperienza è sicuramente Ry Cooder, per la sua varietà di suoni e per la poliedricità’ nello sperimentare nuove situazioni.

L’intervista è terminata e, rileggendola, ci si accorge di quante opzioni di lettura vengono proposte. Segno, questo, di una storia ormai ventennale che ha saputo esprimere una novità artistica che perdura e, disco dopo disco, dimostra di saper crescere e di avere ancora tanti margini di miglioramento e di estensione dei propri orizzonti. Un grande augurio, quindi, per il concerto del 9 Giugno al quale, certamente, non mancheranno tutti color che amano la buona musica, le liriche inconsuete ed, infine, anche poter portare lo sguardo oltre l’orizzonte…