domenica 19 novembre 2017

"No pasta, no show", un libro di Claudio Trotta


I sogni, talvolta, si avverano e, per alcuni, permangono come realtà oggettiva e costante. Claudio Trotta ha scritto un libro come fosse una sorta di regalo per i suoi sessant’anni. Il titolo del libro è “No pasta, no show” e non vi diremo la ragione che sta dietro a questa scelta perché è bello scoprirla nella lettura di questo testo scritto in maniera agile e rilassante ma che, nel contempo, racchiude una vita e, forse, anche più di una. Per chi ha il piacere di aver conosciuto Claudio Trotta, fondatore dell’agenzia di spettacoli Barley Arts, quello che certamente non è sfuggito è la capacità di quest’uomo di generare idee e di catalizzare attenzione. Fondamentalmente lui è un fan, è un appassionato di musica, è una sorta di ultrà buono del suono che ha avuto la determinazione di fare di una passione il suo lavoro. Rischiando, soffrendo, vincendo e perdendo ma, certamente, lavorando sempre con caparbietà ed attenzione, mettendocela tutta per rendere gli eventi musicali un piacere da condividere con il pubblico e lavorando in particolare per garantire la migliore fruizione della musica nella totale sicurezza. Cose magari scontate a pensarle ma non sempre rispettate. 

Ma chi ama la musica non può permettersi di abusare della pazienza e dell’affetto del pubblico ed anche per questa ragione, in maniera determinata ed andando controcorrente, Trotta si è imbarcato nella “madre di tutte le battaglie” contro il secondary ticketing, quel cancro che, se non fermato, ucciderà la musica dal vivo soprattutto di quegli artisti che non hanno alle spalle grandi produzioni e grandi budget. Proprio perché la sua è passione ed amore per la musica si comprende la determinazione del promoter milanese nel combattere questa attività che non si può non ritenere come criminale. La lettura della storia è illuminante perché racconta di come sia stato possibile ad un “signore” incapace di suonare alcuno strumento organizzare i concerti di alcuni tra i più grandi artisti mondiali e buttiamo sul tavolo, a mò di carta da scopa, i nomi di Bruce Springsteen, Frank Zappa, Stevie Wonder, Van Morrison e via leggendo (mica possiamo scoprire il resto delle carte…). E questi i concerti dei grandi artisti per non parlare dei grandi artisti all’interno delle rassegne musicali…e giusto per capirci buttiamo ancora sul tavolo due grandi eventi quali sono stati “Monster of rock”, con il meglio del “metallo” degli anni ’90 e le tre edizioni di “Sonoria” che hanno visto la presenza di artisti strepitosi quali, tra le decine e decine, vogliamo ricordare Bob Dylan e Peter Gabriel…giusto per dare l’idea…(che poi la rassegna sia stata proposta proprio nel quartiere in cui abito è uno di quelle situazioni che fanno aggiungere una lode al giudizio, ma questo è un fatto meramente personale…). 

Ma al di là del fatto musicale (eccelso, senza dubbio…) quello che di questi eventi è opportuno che venga ricordato, fu l’attenzione al contorno con la presenza di realtà non solo musicali bensì anche di supporto alla musica con stand di varia natura, usi e consumi, che fossero propedeutici alla migliore fruizione della musica contemplando, quindi, una logica che superava il “solo” evento musicale ma che cercasse di stimolare lo spettatore ad allargare lo sguardo in differenti direzioni che non fossero legate alla sola presenza del fatto musicale. La lettura del libro è davvero interessante perché scorrevole ed in certe pagine diviene una sorta di flusso di coscienza tra eventi semiseri (come si legge nel capitolo “In prigione, in prigione!”) e fondamentali quale l’inizio della carriera di promoter con il primo concerto organizzato dalla Barley Arts (vedi al capitolo “Il debutto della Barley Music: John Martyn, maggio 1979”). In ogni pagina si respira la gioia (ed anche le preoccupazioni nel far tornare i conti, nel fare una bella figura con gli artisti, nel mantenere alto il nome dell’agenzia nel mondo dello spettacolo) dell’incontrare tanti artisti, con i loro pregi ed i loro difetti e vederli all’opera sopra e fuori dal palco per poterne anche pesare il valore umano oltre che quello musicale (e le pagine del capitolo dedicato ai Guns N’ Roses sono esemplari al riguardo…). 

Una storia a parte è quella che riguarda il folletto del New Jersey…ovviamente parliamo di Bruce Springsteen per il quale Trotta una predilezione particolare sia dal punto di vista professionale ed artistico che da quello umano. Una predilezione che è evidente in tutte le pagine in cui si parla del rapporto speciale che si è instaurato sia con l’artista che con il suo management. Un rapporto di fiducia e fratellanza che appare quasi irreale e fiabesco se rapportato al “cannibalismo dei rapporti” che esiste nel mondo dello spettacolo e del businness ad esso afferente. Nel rapporto che si è instaurato tra Trotta e Bruce si può percepire, nettamente e nitidamente la fiducia che quest’ultimo ripone nei confronti del manager italiano così come il rispetto assoluto che questi ha nei confronti di Bruce. E questo, scusate se è poco, rappresenta davvero una sorta di pietra miliare in un mondo, quello dello spettacolo (e non solo, ovviamente…) in mano alle grandi corporations che utilizzano uno stuolo di avvocati prima di iniziare qualsiasi rapporto di collaborazione.  

"Further up on the road", "il libro" su Springsteen

La musica è ricerca del bello e non solo un mezzo per vendere dischi (ci vuole anche quello, per carità…). E la fotografia è uno dei medium per mantenere viva la memoria e trasmettere alle generazioni il senso di un periodo storico. Così come, per chi ha vissuto il momento in cui alcuni scatti sono stati eseguiti, questi rappresentano un salto nel passato che genera memoria ma anche la consapevolezza di come si è cambiati: dentro se stessi e di come è cambiata la società in cui viviamo. Questo sguardo su se stessi e sulla società in cui viviamo, sul tempo che scorre, sui cambiamenti che hanno accompagnato un periodo storico, sociale, culturale, di costume, dagli anni ’50 in avanti (gli anni di un innegabile benessere, almeno nell’occidente, prima delle crisi economiche hanno costellato gli anni 2000) si è manifestato ieri, ad Alba, alla Wall of Sound Gallery (un angolo culturale molto importante in questa cittadina nota in tutto il mondo per i suoi paesaggio, il buon cibo e l’eccellente vino), dove è stata inaugurata la mostra fotografica con alcune immagini di Bruce Springsteen scattate da Frank Stefanko (per i non cultori di Springsteen è il fotografo che ha immortalato il Boss sulle copertine di “Darkness on the edge of town” e “The river” e sulla copertina di “Born to run”, l’autobiografia del folletto del New Jersey). 

Una mostra fotografica che è il prologo alla presentazione del libro di immagini scattate da Frank Stefanko nel corso di un periodo fondamentale della vita del Boss fino ad arrivare ai giorni nostri. Un libro che, per cura e meravigliosa attenzione ai particolari (la dimensione è strepitosa e la cura della carta e dell’impaginazione è da sindrome di Stendhal…) potremmo definire “il libro” su Springsteen…il tutto immerso nel sogno che un altrettanto grande fotografo, Guido Harari (che gestisce ed anima la galleria insieme a Cristina Pelissero (andare sul sito http://www.wallofsoundgallery.com/ per rendersi conto di cosa esattamente viene proposto…) che anni fa iniziò a pensare “l’impensabile” e cioè pubblicare, direttamente, libri a tema musicale che avessero come riferimento le modalità di proposta della casa editrice inglese Genesis Publications. Impresa titanica e quasi al limite dell’impossibile salvo per chi si limita ad “osservare” Guido Harari “solo” per l’aspetto professionale. Ma chi lo conosce bene sa che quando un’idea inizia a fare capolino dentro di sé, la sua capacità di essere inflessibile nel portare avanti un progetto è inarrestabile e così, dopo “avere fatto le prove con altre pubblicazioni” (vedere il sito, please, per capire il concetto…) ha incontrato in Frank Stefanko la sua anima gemella in classe, arte, passione, amore per il Boss, determinazione, qualità professionale, cortesia e questa chimica unica e particolare ha portato entrambi a stringersi idealmente la mano ed a cominciare a produrre prima l’idea e poi, incluso un viaggio nei luoghi “del mito”, questo strepitoso “Further up the road” che, giusto per capirci, ha ricevuto una sorta di imprimatur dall’artista “soggetto” interessato alla storia…1978 copie solamente, suddivise in una doppia versione: da 1 a 350 in versione De Luxe (e c’è un perché…cercare il sito per capire…) e da 351 a 1978 in versione Collector…Entrambe, comunque, avendo avuto il privilegio di sfogliarle, da svenire per la bellezza…Perché solo 1978 copie, dirà giustamente qualcuno…?

Innanzitutto perché il libro è nato a tiratura limitata e poi perché Frank ha voluto segnare un paletto della sua storia professionale (e di amicizia) con Springsteen che nasce proprio in quell’anno grazie al suggerimento di Patti Smith, sua compagna al College, che indirizzò Bruce verso Frank “che faceva foto che ritraevano ciò che stava dentro l’artista”, così come giustamente scrive proprio Springsteen nelle pagine iniziali di questo viaggio. Un viaggio che ieri sera, presso un luogo chiamato “Coro della Maddalena”, in Alba, è cominciato con la visione di un bel video con il quale l’autore degli scatti e l’editore del libro sono andati nei luoghi in cui tutto è iniziato, è proseguito con alcuni racconti di Frank ed è terminato con le sue risposte a domande provenienti dal folto pubblico presente del quale faceva parte anche il bravo Paolo Bonfanti che, chiamato a contribuire alla serata lo ha fatto da par suo sciorinando, con la sua chitarra acustica, versioni di brani di Bruce ed anche di sua composizione. Come sempre quando si esibisce l’artista ligure gli applausi arrivano a mani piene…

Un libro quindi da acquistare…? Certamente si per la sua cura, per la sua bellezza, per la sua autenticità (Frank e Guido sono fans del Boss), per la sua storia, per la sua voglia di produrre e fare circolare prodotti non dozzinali, buoni per qualche sfogliata e poi dimenticati su uno scaffale. Questo libro resterà negli annali come “il libro” che racconta Bruce nel profondo, con poche parole e con immagini (osservare anche quelle recenti per comprende di che cosa sia capace Frank Stefanko, una sorta di analista dell’obbiettivo…). 

Questo libro ha la capacità di raccontare tante cose ed in particolare, negli sguardi di Bruce, nelle immagini cameratesche con la E-Street Band, è possibile cogliere l’essenza di giorni passati, la meraviglia dell’esserci ancora e, magari, anche con gli stessi indomiti desideri. Questo libro è una narrazione profonda e vera di quello che avremmo voluto essere oppure di come avremmo desiderato rimanere. Questo libro è la lettura dell’interiorità di un uomo, di un artista, di un musicista che, con la sua autobiografia si è mostrato, generosamente, fragile ed “umano” come è giusto, ma non scontato che sia. Questo libro dà anche il senso e del tempo che scorre e ci misura in merito a come e quanto siamo cambiati anche noi che tanti dei giorni narrati nel volume li abbiamo vissuti partendo non solo dal fatidico 1978, data quasi spartiacque nella vita di Frank Stefanko che, giusto per la cronaca, ha continuato a fare il suo lavoro in quel del New Jersey non montandosi la testa e rimanendo uno dei figli della classe operaia americana che, pio, è anche l’origine cultura e sociale di Springsteen e di Patti Smith, giganti della musica, dell’arte, della cultura dei nostri anni. Lo sguardo alle immagini del libro non possono essere solo una scorsa, seppure attenta, al medium lì illustrato ma, bensì, devono diventare e rappresentare, un’immersione sincera e profonda nel ricordo di giorni “pieni di gloria” che abbiamo vissuto (oppure che ci sarebbe piaciuto vivere…) ma, soprattutto, alla ricerca di noi stessi e della nostra interiorità perché, come ha scritto proprio Bruce nel libro “Frank ha sempre fotografato la mia vita interiore”. Ed andando alla ricerca della vita interiore del Boss incontreremo certamente anche la nostra. Grazie Frank, Grazie Guido e “Further up on the road  "Further up on the road"

giovedì 16 novembre 2017

Carmen Consoli, la Sicilia che è in me...



Lei è autentica. Non ha fronzoli né veli da mostrare. E’ quella che appare nelle sue canzoni figlie e frutto di un vissuto pieno di luce, così come luminosa è la sua Sicilia. Carmen Consoli non è la meteora che molti potevano immaginare in quel tempo ormai lontano in cui la canzone italiana vedeva nascere decine e decine di artisti e gruppi colmi della voglia di fare bene, di fare proposte nuove, di affrancarsi dai numi storici della canzone italiana, d’autore o meno che fosse. Carmen Consoli è stata (ed è) una fuoriclasse in quanto è stata prima in tante occasioni artistiche. Tra le tante è stata la prima artista femminile a suonare, in un concerto “solo” allo stadio Olimpico. Oppure è stata la prima artista donna a vendere 300 mila copie di un album (in questo caso “Stato di necessità”). Ci fermiamo qui per non abusare della pazienza del lettore o per non rendere agiografica la figura dell’artista catanese che, proprio per il suo essere “sicula”, riesce a contemperare l’ansia di libertà e ribellione a quella di introspezione ed apertura verso l’infinito. Il suo anelito è quello della sincerità ed in questo è prettamente siciliana in quanto la Sicilia, quella vera ed autentica non quella che prevarica con la violenza ed il malaffare, nella sincerità immerge la sua anima ed il suo sentire. Non per niente, come lei stessa ha raccontato, i suoi genitori sono stati i primi ascoltatori delle sue canzoni, sia nel periodo amatoriale che in quello successivo della professione. 

Non necessariamente i temi delle sue canzoni sono personali ed autobiografici, ma certamente è la vita che ruota intorno a lei che rende possibile la costruzione di testi e musiche. E’ la vita che le ruota intorno che si trasforma in elemento di ispirazione che si coagula all’interno delle sue canzoni. Una vita necessariamente con il cuore siciliano, una vita che cerca, con forza, di mettere in rilievo sensibilità nascoste che, grazie alle canzoni, rendono possibile la costruzione di storie di incredibile originalità come, ad esempio, avvenuto con una canzone come “In bianco e nero” dove viene narrata la storia di un rapporto tra madre e figlia. Il tutto nato dal ritrovamento di vecchi foto in bianco e nero che ritraevano la mamma dell’artista da piccola. Pur senza essere autobiografiche molte delle sue canzoni sono comunque bozzetti di vita che richiamano ad eventi reali oppure verosimili con una forte connotazione “antropologica” e “tribale”. Considerando questi concetti nella migliore accezione possibile e, soprattutto per il secondo, non divisivi. Forte per la Consoli il rapporto con la propria famiglia, molto siciliana nell’attenzione alla crescita della propria figlia che, a tredici anni, già suonava nei club di Catania. Città, questa, da sempre denominata la Milano del Sud per la sua carica di particolare realtà “eversiva” rispetto al “santino” della Sicilia classica. Una città che ha saputo essere diversa dal resto dell’isola. Vuoi per la vicinanza dell’Etna, che mette in luce una sorta di evidenza della provvisorietà nella quale ciascuno di noi deve sentirsi collocato. La provvisorietà della luce, che si alterna alla notte. La provvisorietà della terra, spesso spaccata e coperta dalla lava. La provvisorietà del desiderio di essere parte integrante della terra e del desiderio, sempre impellente, di allontanarsi dal pericolo. 

Attenzione alle figure di riferimento famigliare come una sorte di tributo agli antenati ma, anche, attenzione ai propri coetanei come elemento di genuino desiderio di essere parte integrante del mondo così come si andava e si va a conformare nei nostri tempi che, seppure grami, sono sempre la nostra realtà. La sicilianità della Consoli è anche intriso della voglia di tragedia, che l’isola ha sempre respirato ma, anche, di sdrammatizzare quanto più possibile ciò che accade, anche le cose magari non gradite. E le canzoni della Consoli raccontano anche queste storie di vita corrente, di persone normali, di chi osserva la vita e la realtà con un distacco che si allontana dai solchi “del sangue” per mantenere in vita soprattutto quelli della luce, del sole, del calore che ti abbraccia e ti rende parte dell’isola e della sua storia. La Sicilia della Consoli è una terra che guarda al futuro ben consapevole del passato ma, nel contempo, non imprigionata perchè i legami che si sciolgono sono positivi mentre quelli che imprigionano rendono il passato una zavorra che affossa ogni pensiero ed ogni desiderio di “andare oltre” le apparenze e le consuetudini. Il suo modo di cantare e suonare è colmo di energia, di potenza, di “clamore” lanciato verso gli spettatori o gli ascoltatori che, a casa, in auto e/o dovunque sia possibile la fruizione musicale; è una sorta di vaso di Pandora che, una volta aperto, spande tutta la sua forza e potenza intorno a sé, consapevole della potenza evocativa della parola che, nel suo caso, è come pietra nata dalla lava dell’Etna: calda e dirompente quando erutta ma, poi, raffreddandosi, diventa capace di essere elemento di suggestione profonda e sicurezza assoluta rispetto al dove poggiare i propri piedi. E l’energia che la Consoli esprime trovò il perfetto connubio in un altro siciliano doc, quel bravo manager ed appassionato di musica che rispondeva al nome di Vincenzo Virlinzi, troppo presto strappato alla vita, che con la sua piccola etichetta discografica, la Cyclope, riuscì a dare vita ad una sorta di scuola catanese che aveva, come faro distante (ma non troppo) il “quasi compaesano” Franco Battiato, da Jonia, residente a Milo…occhi e cuore sempre spalancati sulle novità della vita. 

Un “prodotto” artistico, quindi, profondamente radicato nella Sicilianità perché questa è una dimensione non solo acquisita per nascita bensì anche per vita, per continuità nel fare, nel crescere, nel costruirsi orizzonti nuovi, come le canzoni della Consoli hanno cercato di fare nel corso di una carriera apparentemente “giovane” ma, invece, intensa e di ormai lungo corso. Essere siciliani, quindi, come modalità di essere, scrivere, suonare, osservare la vita, costruire percorsi di vita. Essere siciliani, dunque, come modalità di impostazione della propria vita che non chiede altro che tramutare l’irrequietezza dell’età e della crescita, in una sorta di mondo pacificato, grazie alla raggiunta maturità dell’animo e dell’esperienza della vita. Ma per potersi esprimere nella migliore maniera, le radici ed il dialetto della Sicilia sono l’elemento fondante della vita artistica della Consoli, unito, anche, alla modalità di presentazione delle canzoni, la gestione della voce, le intonazioni, le giuste inflessioni vocali, la capacità di costruire melodie ed armonie senza effetti particolari, senza la ricerca dell’espressività “fuori dalla norma” oppure leziosa ed ammiccante. No, la personalità dell’artista catanese è sempre diretta, forte, potente, sanguigna, talvolta ancestrale, sempre alla ricerca della parola scavata nella terra, ricercata nell’emozione delle viscere. Una parola che, sposandosi con la musica, riesce a dare un senso compiuto alle storie raccontate. Che tengono, che non si sfaldano, che non si accontentano di un primo ascolto ma che ne pretendono altri per riuscire, alfine, ad immedesimare l’ascoltatore nella canzone che, avvinghiandolo, lo porta, con le sue spire, nel profondo del mare, nelle sue profondità esistenziali. Possibile…? Si, possibile…perché nella vita artistica della Consoli si scopre e si evidenzia una coerenza di fondo che non è mutata dagli esordi fino ad oggi. Negli otto album in studio fino ad oggi pubblicati si può leggere una storia in tante puntate. 

Certamente, la crescita artistica porta a mutamenti ma, nel contempo, non si è scolorita la trama, la tessitura, l’organizzazione di un patchwork che vede nella completezza di un discorso artistico il senso dell’agire e del creare da parte dell’artista catanese. Un patchwork continuamente lavorato, elaborato, ritessuto fino a quando ogni cosa non è al suo posto e, con la maturità del tempo presente, posto nel suo giusto ambito di fruizione. Se la Sicilia è un dono di Dio, come affermato in varie interviste dalla Consoli non si può prescindere dall’immaginare che nelle sue canzoni sono presenti alcuni elementi della sicilianità più evidente ed, anche, più nascosta. Le radici, presenti nella propria famiglia (almeno nell’ambito paterno), che si sono insinuate, autorevolmente, nella sua vita, rendendole possibile uno sguardo intenso e disincantato sulle possibilità/avversità dell’esistenza di ciascuno. Il dialetto, come elemento di comunicazione, forte anche nel silenzio quando gli sguardi valgono più di un discorso, di un ragionamento, di una spiegazione. Il silenzio come metafora del poco o nulla che si fa tanto. Ed allora il silenzio diventa, paradossalmente, una canzone nella dimensione che ciò che conta non è quello che si ascolta bensì ciò che si cela tra una strofa, il ritornello ed un'altra strofa dove, nel mentre si canta, il mondo interiore ti e si trasforma. E se il dialetto è il collante con la storia, l’antenna che mette in contatto con il passato ma, anche, con il presente ed il futuro, questa identità mutuata dal linguaggio viene esaltata anche da quanto disseminato nelle canzoni e nel modo di porgerle al pubblico. Il profumo e l’infinito del mare in tutte le sue varie accezioni e possibilità. Tranquillità, agitazione, profumo, vento…l’odore e la fragranza delle mandorle, solide o liquide, nei differenti stati, per essere degustate a seconda delle occasioni. Il profumo delle arance, intenso e grave, pieno di vita e di futuro, pieno di sapori, così come ricco di sapori è il gusto delle arance di Sicilia insieme al profumo dei suoi limoneti. 

E poi l’Etna, pieno di fiamma e di fuoco, come un eterno calderone che fa bollire il fuoco degli Dei così come idealizzate come parole degli Dei sono le parole che affiorano dalle canzoni della Consoli che pur giovane già riusciva a costruire piccole-grandi storie di quotidianità ma, anche, di splendori a venire. La bellezza che circonda la Sicilia, questo un altro degli obbiettivi ricercati dall’artista catanese. Una bellezza piena di luce e di ricca di sfumature, accecante, depistante, calda, colma del desiderio di raggiungere, in ogni dove, l’animo umano, anche quando questo è “disturbato” dalle difficoltà della vita. Allora l’obbiettivo dell’arte della Consoli è anche quello di “cercare la bellezza che ci circonda” e la sua musica ha, tra gli altri, proprio lo scopo di raggiungere questo risultato. Ricercare la bellezza così come appare guardando il mare dalla cima dell’Etna; ricercare la bellezza così come appare camminando tra i limoneti e gli aranceti della Conca d’Oro; ricercare la bellezza tra le cantilene e le storie antiche cantate dalla grande Rosa Balistreri, che la Consoli ha interpretato in maniera mirabile; ricercare la bellezza attraversando i monti della Madonie; ricercare la bellezza rimanendo in silenzio osservando lo sciabordio del mare tra le cale delle isole antistanti Trapani; ricercare la bellezza lasciandosi alle spalle il monte Pellegrino, volando verso il continente. Ricercare la bellezza componendo canzoni che raccontano le storie antiche anche quando non sono pronunciate ma solo immaginate, sussurrate, sottintese, attese…Una bellezza scevra da barocchismi, una bellezza limpida, lineare, infinita…Una bellezza che teme di essere troppo bella per essere vista direttamente negli occhi. La Sicilia di Carmen Consoli è la terra degli eroi normali che non hanno paura di avere paura. 

E’ terra abitata da eroi normali, come suo padre, che ha vissuto una vita “normale” diventando un inevitabile eroe agli occhi di sua figlia. E’ la terra del pessimismo di Luigi Pirandello e del verismo di Giovanni Verga. Una terra dove tutto è chiaro e scuro nello stesso modo. Dove tutto è evidente e, insieme, nascosto. Una terra dove all’euforia fa spesso seguito alla depressione e dove dal silenzio si passa alla loquacità. Una terra in cui è necessario rimanere per poter continuare a respirare quell’aria necessaria a dare impulso alla creatività, alla fantasia, alla libertà. Una terra da cui partire per conquistare “un posto al sole” della notorietà artistica e dove nascondersi non appena si ritorna, quasi che la Sicilia sia da considerarsi come un’Itaca mai raggiunta ma sempre ricercata e sognata. E allora nell’isola si rimane per cambiare e cambiarla, per potersi abbeverare alle sue fonti, antiche e cangianti, che hanno plasmato l’animo dell’artista catanese, mantenendo la sua vita ben salda sulle rocce laviche dell’esperienza. Questo è uno dei segreti dell’arte della Consoli che riesce a mischiare tutto con grande sapienza ed interiorità, mostrando gli aspetti più nitidi ed euforici insieme a quelli sfumati e celati dalla malinconia. Ma la sicilianità della Consoli, frutto di modi estremi di guardare ed affrontare la vita, è così potente da non crearle difficoltà nel presenziare, unica italiana, a partecipare al concerto-tributo per l’anniversario della morte di Bob Marley tenutosi nel 2005 in Etiopia oppure, come avvenuto nel 2004, la Consoli è stata la prima italiana a partecipare, ad Austin (Texas) al Festival denominato South by Southwest. E questi sono solo due di una serie di successi e primati da fare tremare i polsi pensando alla giovane età in cui Carmen Consoli ha iniziato a cimentarsi nella discografia oppure, da prima, a salire sopra un palco. 

La sua carriera è stata travolgente, quasi nascosta, per certi versi pur avendo venduto oltre due milioni di dischi, partecipato a rassegne di varia natura, Sanremo, accumulato premi e riconoscimenti da riempiere un stanza, essere stata nominata Cavaliere al merito, essere stata la prima donna a vincere una targa Tenco per io miglior album (“Confusa e felice”). Ricevere complimenti da personaggi quali Elvis Costello eDavid Byrne, che di musica, di arte e di successo se ne intendono. Carmen Consoli è un’artista davvero unica ed originale, di profilo basso, mai presenzialista, sempre protesa “al togliere che ad aggiungere”. Scevra da nevrosi da diva o rock star, assolutamente non presenzialista, da brava siciliana pone innanzi a tutto la sua capacità di essere credibile nel campo dell’arte e nulla più, decisa a farsi notare solo grazie alle sue doti artistiche che, con il mai troppo compianto Virlinzi, hanno potuto diventare realtà diffusa e conosciuta, apprezzata e gradita, anche grazie ad un modo d’essere spiazzante ed originale. Una donna che si è fatta largo in un mondo maschilista dove l’altra metà del cielo deve essere furibondamente brava per emergere e lei brava lo è davvero tanto da meritarsi l’onore di essere nominata, nello scorso anno, Maestro concertatore ne “La Notte della Taranta”, riscuotendo, anche in questa veste un meritato plauso per la qualità del suo lavoro ormai ventennale nato partendo dalla canzone Quello che sento con la quale partecipò al festival di Sanremo “Giovani” ed inclusa nel suo primo album, “Due parole” al quale seguì, tra le altre partecipazioni, la presenza alla Festa del 1° Maggio in Piazza Santi Apostoli, a Roma. 

Ma è con l’album “Confusa e felice”, e con l’omonima canzone con la quale partecipò al Festival di Sanremo del ’97, che la Consoli si impose come elemento nuovo, vitale ed originale della discografia italiana. L’album fece il pieno dal punto di vista delle vendite trainato sia dalla canzone-titolo che dalla presenza di brani originali ed affascinanti nei quali la Consoli declinava i suoi interessi e le sue sensibilità quali, in particolare, Per niente stanca, Un sorso in più, Fino all’ultimo. Neanche il tempo per dormire sugli allori e la “piccola” Carmen (allora ventiquattrenne) sforna, nel ’98, un altro gioiello qual è “Mediamente isterica” che ha un tiro musicale più rock rispetto ai due precedenti lavori. La fonte di ispirazione del lavoro è, in parte, la figura della donna come ritratta in Besame Giuda, Geisha, Contessa miseria. Anche se le vendite non raggiungeranno il “botto” del precedente album, questo è, probabilmente, il lavoro più significativo dell’artista catanese, dove ai testi sempre pregnanti e profondi, si uniscono sonorità originali, fresche, accattivanti, attraenti. Insomma, nuove…Il quarto album, del 2000, è “Stato di necessità” che pone la Consoli nello zenit delle vendite con oltre 300 mila copie vendute che, per il momento gramo della discografia mondiale, è un signor risultato. Nell’album figura il brano L’ultimo bacio che funge da colonna sonora dell’omonimo film di Gabriele Muccino. Rispetto al rock preminente nell’album precedente, in questo lavoro il clima è più quieto, sorretto dalla presenza degli archi che donano all’album un inusitato e gradevole equilibrio sonoro. Nell’album, inoltre, spiccano la presenza della canzone In bianco e nero, brano dedicato alla mamma e presentato a Sanremo, edizione del 2000, e Parole di burro, uno dei suoi brani più rappresentativi. Questo album sarà pubblicato, nel 2002, anche sul mercato francese con il titolo “État de necessité con l’aggiunta di brani di altri album. Sempre del 2002 è l’album “L’eccezione” che, già con l’omonimo brano presente nell’album, riflette i nuovi umori musicali dell’artista catanese, virati su sonorità più morbide ed acustiche. 

Questo album rappresenta davvero una sorta di ritorno alle origini, forse l’album più palesemente con la voce “sicula”, con l’atmosfera interiore che cerca di dare nuovo senso ad un vissuto lacerato tra isola e continente. E’ un album fortemente emotivo che nasce dai rintocchi della maturità o della scoperta delle proprie radici, delle proprie origini, del senso profondo della vita. Fiori d’arancio (uno dei suoi brani migliori), Masino, Mulini a vento, Pioggia d’Aprile sono alcuni degli episodi che sostengono la forza di un lavoro che, nuovamente, modifica gli orizzonti artistici della Consoli ormai ben consapevole e padrona dei propri mezzi artistici. L’album venderà oltre 200 mila copie confermando la Consoli come un artista capace di tenere testa a nomi altisonanti (e maschili) della discografia italiana. Nel 2005 è da segnalare la canzone I giorni dell’abbandono, colonna sonora dell’omonimo film di Roberto Faenza.Ci vorranno quattro anni per rivedere nei negozi un nuovo la voro della Consoli e nel 2006 arriva “Eva contro Eva” (che rievoca il titolo di un film del regista Mankiewicz), forse  che mantiene la struttura acustica del precedente lavoro con venature di carattere simil esotico, incluso un duetto con la brava Angelique Kidjo nel brano Madre terra. Questo rappresenta, almeno nei testi e secondo chi scrive, il lavoro più intenso in relazione alle storie raccontate, alle vicende proposte all’ascolto (ed alla riflessione). Preghiera in gola, La dolce attesa, Piccolo cesare, Maria Catena, sono bozzetti di vita struggenti e potenti dal punto di vista evocativo. Così come lo sono due brani molti diversi tra loro ma ugualmente ricchi di spunti e suggestioni, Il sorriso di Atlantide e Sulle rive di Morfeo che hanno come collante e legame ideale il tema del sogno e della sua interazione con la vita del sognatore….Il 2009 porta con sé l’uscita di “Elettra” (Targa Tenco come migliore album dell’anno) che vede, nel brano Marie ti amiamo un duetto con un siciliano doc come Franco Battiato.  Con ‘A finestra, con il testo, cantato in dialetto catanese, si narra della trasformazione di una famiglia che è la metafora dei cambiamenti nella Sicilia e nel Paese nella sua accezione più ampia. E’ uno sguardo allegorico sulla trasformazione di ciò che è fuori di sé e dentro se stessi. 

Mio zio è un brano “oscuro e buio” che parla di pedofilia in maniera incredibilmente chiara ma, al contempo, lieve. Un brano il cui ascolto può anche dare disagio ma, al contempo, vuole essere l’immagine di un urlo liberatorio. Elettra è, invece, una sorta di inno, sobrio e lieto, del desiderio di rendere evidente l’importanza della donna nella vita di ciascuno. L’ultimo album di studio, del 2015, è “L’abitudine di tornare”. Un album che guarda ai fatti della vita, alle situazioni contingenti, alla crisi economica, a tutto quello che accade introno a noi. Esercito silente, La notte più lunga, Questa piccola magia, sono alcune delle gemme racchiuse in un album che rende merito alla raggiunta (e superata) maturità artistica di Carmen Consoli. In questo lavoro emerge la grande capacità narrativa della Consoli che sa raccontare in maniera mirabile della condizione degli uomini e delle donne in questi tempi difficili e ansiogeni. La ragazza è cresciuta, la “cantantessa” è diventata un artista con la “A” maiuscola che ha raccolto una serie di gemme e le ha inserite in un lavoro che si può considerare, per come proposto nella sua completezza, il suo album più rappresentativo. La ragazza è cresciuta ed è diventata saggia (ma forse lo era già da piccola…) e capace di vedere, artisticamente, oltre l’orizzonte immediato. Il suo, infatti, è un orizzonte che non ha confini perché anche da giovane non vi erano preclusioni alle sue scelte musicali, ai suoi orientamenti culturali, alle sue dinamiche artistiche interiori che sono sfociate, poi, in una carriera prodigiosa e ricca di soddisfazioni.  Vogliamo chiudere queste righe rimandando tutto verso il testo di “ ’A Finestra dove si possono cogliere letture e sfumature che solo il dialetto può e sa dare. Aprire la finestra è un gesto semplice e quotidiano ma, ad esempio, vedere la foto del giudice Giovanni Falcone che si affaccia, sorridente, ad una finestra riempie il cuore di gioia e di speranza. Una speranza che la musica può arricchire e rendere “arma” contro chiunque voglia rendere/ci la vita grama, buia, spinosa, dolorosa, impaziente, triste e amara. Anche per questa speranza, disseminata a piene note, diciamo grazie alla piccola-grande artista Carmen Consoli. Grazie perché ha reso la Sicilia un po’ meno distante, artisticamente e culturalmente dal continente; grazie perché ha dimostrato che il talento e la buona organizzazione (Virlinzi, in questo, è stato fondamentale) possono generare grandi risultati; grazie perché ha reso meno possibile, al grande Battiato, di esaltare un brano come Tutto l’universo obbedisce all’amore; grazie per aver sempre mantenuto una coerenza artistica non scontata, soprattutto in questi anni; grazie per non avere reso la sua sicilianità una macchietta popolaresca bensì un elemento culturale forte ed identitario; grazie per aver mantenuto alto il livello artistico senza svendere il talento ad operazioni commerciali di basso profilo; grazie per la sua capacità di mantenere una giusta separazione tra attività pubblica e vita privata; grazie per avere avuto il coraggio artistico di cambiare direzione musicale praticamente in ogni lavoro; grazie per dimostrare, dal vivo, che lo studio di incisione è importante ma l’empatia con il pubblico è un'altra cosa; grazie per aver saputo dimostrare che il talento, l’indipendenza artistica, la forza di volontà sono più importanti del marketing, dell’esposizione mediatica, della “necessità” di esserci, sempre e comunque.  

Leonardo Sciascia pensava la Sicilia come metafora; Andra Camilleri l’ha disegnata come immersa in una perenne indagine; Franco Battiato l’ha cantata dopo averla “manipolata”; i vecchi cantori popolari l’hanno raccontata dal loro punto di vista; Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri martiri l’hanno riscattata con il sangue; le maldicenze ed il malaffare hanno cercato di piegarne la dignità ma poi, gli onesti ed i cuori coraggiosi l’hanno, ogni volta risollevata dalle sue macerie. La Sicilia, questa madre terra, che si perde nello sguardo verso il cielo e nel mare che guarda verso l’infinito, con i miti e le civiltà di ieri, perdute ma non dimenticate. E con i problemi e le angosce dell’oggi che, però, non si lasciano sedurre dalla paura ma, anche grazie alla musica ed alla cultura, combattono la loro battaglia. Senza rancori, magari con qualche paura, ma con la certezza che la vittoria sarà sempre dalla parte giusta. E la parte giusta è fatta anche di liriche e musica, di canzoni che ti catturano il cuore e l’anima e ti rendono “prigioniero il cuore” come cantano, da millenni, le pietre laviche che nascono liquide e poi, lentamente, si asciugano ed induriscono per poi, nuovamente fondersi. Come giusto che sia nel ciclo della vita che si rinnova…E a noi non resta che superare il confine di Scilla e Cariddi, evitando di fermarci al coro delle sirene, Partenope, Leucosia e Ligeia, perché, come Ulisse, dobbiamo raggiungere altri lidi, seguire altri canti, fondare nuove città.